L’intervento di correzione del laparocele rientra nella chirurgia della parete addominale.
Come molte procedure chirurgiche, può presentare rischi e complicanze anche rilevanti.
Non sempre un esito sfavorevole è indice di responsabilità sanitaria: occorre verificare, caso per caso, se le complicanze siano state prevenute, riconosciute e trattate secondo le regole della buona pratica clinica.
Lo Studio Legale Chiarini ha assistito i familiari di un paziente deceduto all’esito di un complesso decorso post-operatorio, seguito a un intervento di correzione di laparocele. La vicenda ha evidenziato plurime criticità nella gestione chirurgica, diagnostica e infettivologica, fino allo sviluppo di un quadro settico risultato fatale.
L’approfondimento ricostruisce il percorso clinico e medico-legale che ha condotto al riconoscimento di un risarcimento superiore a 1.200.000 euro in favore dei congiunti.
Ci soffermeremo sui profili di responsabilità emersi e sulla distinzione, decisiva in materia di malasanità, tra complicanza inevitabile ed errore evitabile.
INDICE SOMMARIO
- § 1. Cos’è il laparocele e perché si interviene
- § 2. Quando un errore nella chirurgia del laparocele può configurare responsabilità medica
- § 3. Il caso seguito dallo Studio: sepsi dopo intervento di laparocele e risarcimento ai familiari
- § 4. I danni risarcibili ai familiari
- § 5. Come agire dopo un danno da intervento di laparocele
§ 1. Cos’è il laparocele e perché si interviene
Il laparocele è un’ernia che si forma in corrispondenza della cicatrice di un precedente intervento chirurgico addominale.
Dopo una laparotomia, cioè dopo l’apertura chirurgica dell’addome, i tessuti della parete addominale possono cicatrizzare in modo incompleto. In quel punto di minore resistenza, la parete può cedere e consentire ai visceri contenuti nell’addome di spingere verso l’esterno, formando una protrusione visibile o palpabile sotto la pelle.
Si tratta di una delle complicanze tardive più note della chirurgia addominale a cielo aperto.
L’incidenza del laparocele dopo chirurgia addominale aperta è riportata in letteratura con valori variabili, spesso nell’ordine del 10-20%, con percentuali che possono aumentare in presenza di follow-up più prolungati e di specifici fattori di rischio.
Il ricorso alla laparoscopia, quando tecnicamente praticabile, può ridurre in modo sensibile questo rischio.
Il laparocele può manifestarsi già nelle settimane successive all’intervento oppure comparire a distanza di mesi o anni.
Tra i fattori che ne favoriscono la formazione rientrano il sovrappeso, l’età avanzata, il diabete, le infezioni della ferita chirurgica, la tosse persistente e gli sforzi fisici che aumentano la pressione all’interno dell’addome, soprattutto nelle fasi iniziali della guarigione.
Quando il laparocele provoca dolore, aumento progressivo di volume, disturbi funzionali o rischio di complicanze, può rendersi necessario un intervento di riparazione della parete addominale.
La correzione chirurgica mira a riportare i visceri nella loro sede e a rinforzare la zona indebolita, spesso mediante l’applicazione di una rete protesica. A seconda delle dimensioni del difetto, delle condizioni del paziente e della storia chirurgica precedente, l’intervento può essere eseguito con tecnica laparoscopica oppure a cielo aperto.
§ 2. Quando un errore nella chirurgia del laparocele può configurare responsabilità medica
Stabilire se un danno verificatosi dopo un intervento per laparocele dipenda da un errore sanitario o da una complicanza non evitabile richiede una valutazione sul singolo caso.
A tal fine, occorre ricostruire ciò che è accaduto prima, durante e dopo la procedura chirurgica.
L’analisi parte dalla cartella clinica, dal verbale operatorio, dagli esami eseguiti, dai tempi di rivalutazione del paziente e dalle terapie impostate.
Attraverso l’ausilio medico-legale, questi elementi consentono di verificare se vi sia un nesso di causalità tra la condotta dei sanitari e le conseguenze subite dal paziente.
Nella chirurgia del laparocele, i profili di criticità tendono a concentrarsi in tre momenti:
- l’esecuzione dell’intervento, quando una manovra chirurgica può provocare una lesione viscerale;
- il riconoscimento delle complicanze, soprattutto nella fase post-operatoria;
- la gestione delle infezioni, sia nella prevenzione sia nel trattamento.
Questa distinzione è importante perché la responsabilità sanitaria non deriva automaticamente dalla comparsa di una complicanza, ma può emergere quando quella complicanza era evitabile, riconoscibile o gestibile con maggiore tempestività.
§ 2.1 Le lesioni viscerali durante l’intervento
La correzione di un laparocele comporta la separazione dei visceri dalla parete addominale e dalle aderenze formatesi dopo i precedenti interventi. È una fase delicata, in cui una lesione accidentale dell’intestino rappresenta una complicanza nota e descritta.
La sua semplice insorgenza non basta a fondare una responsabilità. Diventa rilevante in due situazioni: quando la lesione deriva da una manovra imprudente o non conforme alla tecnica, oppure, più spesso, quando non viene riconosciuta durante l’intervento e viene lasciata evolvere.
Una lesione intestinale non riconosciuta o non trattata può determinare la fuoriuscita di contenuto enterico nella cavità addominale, con rischio di peritonite e infezione. Il tema è approfondito nel nostro articolo dedicato alla perforazione intestinale da malasanità.
§ 2.2 Il ritardo nella diagnosi delle complicanze
Il decorso post-operatorio è il momento in cui una complicanza insorta in sala operatoria può essere individuata e corretta. La comparsa di dolore addominale intenso, febbre, alterazione dei parametri vitali o degli esami ematochimici deve orientare i sanitari verso una rivalutazione tempestiva del quadro clinico e, quando indicato, verso accertamenti strumentali come una TC addominale.
Qui si annida una delle criticità che più spesso emergono nella ricostruzione medico-legale: la sottovalutazione dei segnali di allarme.
Quando il quadro clinico peggiora e non vengono rivalutati tempestivamente i segni clinici e laboratoristici, né disposti, ove indicati, gli accertamenti appropriati, una complicanza potenzialmente gestibile può aggravarsi fino a diventare un danno serio e, nei casi estremi, irreversibile.
Il ritardo diagnostico, in queste situazioni, può assumere rilievo autonomo rispetto alla complicanza iniziale. Non riguarda l’atto chirurgico in sé, ma il monitoraggio del paziente nelle ore e nei giorni successivi.
§ 2.3 La gestione dell’infezione post-operatoria
L’infezione è una delle complicanze più temute della chirurgia del laparocele, soprattutto quando viene applicata una rete protesica, che può fungere da substrato per la colonizzazione batterica. Anche qui la distinzione è tra l’evento e la sua gestione.
La responsabilità può emergere in due casi: quando non vengono adottate le misure di prevenzione raccomandate, come la profilassi antibiotica, oppure quando l’infezione, una volta insorta, non viene trattata in modo adeguato e tempestivo, per scelta errata della terapia o per ritardo nell’intervento.
Un’infezione addominale non controllata può diffondersi e dare origine a quadri clinici gravi. Quando è contratta nel corso del ricovero, può porsi anche il tema dell’infezione del sito chirurgico e della responsabilità sanitaria.
§ 2.4 Quando le complicanze evolvono in sepsi
Le complicanze finora esaminate – come una lesione intestinale non riconosciuta o un’infezione non adeguatamente controllata – possono avere un’evoluzione comune: la progressiva diffusione dell’infezione oltre la sede iniziale.
La sepsi è una risposta abnorme dell’organismo a un’infezione: invece di restare localizzata, la reazione infiammatoria può danneggiare tessuti e organi. Nella forma più grave, lo shock settico, si determina una grave compromissione della circolazione e della funzione degli organi, con un elevato rischio di morte.
Nel percorso che parte da un intervento addominale, la sepsi è spesso l’ultimo anello di una catena: una complicanza non individuata in tempo, un’infezione trattata in ritardo o con la terapia sbagliata, un reintervento rinviato oltre il momento utile. Ogni passaggio mancato lascia all’infezione il tempo di progredire.
Sul piano della responsabilità sanitaria, il profilo centrale è la tempestività. Le raccomandazioni cliniche sul trattamento della sepsi insistono sulla necessità di un riconoscimento precoce e di un rapido avvio della terapia antibiotica, perché il ritardo può peggiorare in modo significativo la prognosi.
Quando i segni della sepsi sono presenti e documentati, ma non vengono riconosciuti o vengono trattati con ritardo, il ritardo può assumere un rilievo autonomo nella valutazione del nesso tra la condotta dei sanitari e l’esito.
In questi casi, la domanda medico-legale non riguarda soltanto l’eventuale evitabilità dell’infezione iniziale. Occorre anche verificare se un riconoscimento più tempestivo del quadro settico e un trattamento adeguato avrebbero potuto modificare il decorso clinico ed evitare, o almeno ridurre, le conseguenze per il paziente.
§ 3. Il caso seguito dallo Studio: sepsi dopo intervento di laparocele e risarcimento ai familiari
La vicenda seguita dallo Studio ha riguardato il decesso di un paziente dopo un intervento di correzione di laparocele e il successivo decorso clinico, segnato da complicanze chirurgiche, diagnostiche e infettive.
I familiari sono stati assistiti nel percorso di accertamento tecnico e nella successiva definizione transattiva della controversia, conclusa con il riconoscimento di un risarcimento complessivo superiore a 1.200.000 euro.
La transazione ha consentito di definire la vicenda senza affrontare i tempi e l’incertezza di un giudizio di merito, ferma restando la natura transattiva dell’accordo e l’assenza di un riconoscimento formale di responsabilità da parte della struttura sanitaria.
§ 3.1 La vicenda clinica
Il paziente, un uomo adulto con precedenti chirurgici addominali e una condizione di importante sovrappeso, è stato sottoposto a un intervento di correzione di laparocele presso una struttura ospedaliera.
Proprio queste condizioni hanno reso il caso particolarmente delicato. Il profilo del paziente, insieme alla prevedibile complessità dell’intervento, avrebbe richiesto una informazione accurata sui rischi della procedura, sulle possibili complicanze e sulle alternative praticabili.
Dalla documentazione esaminata nel procedimento è emerso invece un consenso ritenuto generico e non adeguatamente documentato. Questo profilo ha assunto rilievo autonomo nella valutazione della responsabilità sanitaria, perché il consenso informato è il presupposto che consente al paziente di compiere una scelta realmente consapevole.
Durante l’intervento si sono verificate lesioni intestinali, in un contesto chirurgico reso complesso dalla presenza di aderenze conseguenti a precedenti interventi addominali. Le lesioni hanno imposto una resezione intestinale e hanno modificato il rischio infettivo del decorso post-operatorio.
§ 3.2 Le criticità emerse nella gestione del paziente
L’analisi del caso ha fatto emergere una pluralità di criticità, distribuite lungo il percorso assistenziale e tra loro collegate.
Sul piano informativo, è stata valutata la (in)completezza del consenso prestato dal paziente, alla luce dei rischi specifici dell’intervento, delle sue condizioni soggettive e della complessità prevedibile della procedura.
Sul piano chirurgico, l’attenzione si è concentrata sulle lesioni intestinali verificatesi durante l’intervento e su alcune scelte compiute nei successivi reinterventi, in un contesto già segnato da complicanze addominali e infettive.
Sul piano diagnostico, il nodo principale ha riguardato la lettura del quadro post-operatorio. Nei giorni successivi all’intervento, il paziente ha mostrato progressivi segnali di allarme: addome disteso, tachicardia, riduzione della diuresi, vomito biliare, alterazione degli indici infiammatori e dati compatibili con una possibile complicanza addominale post-chirurgica.
Secondo le valutazioni richiamate nel procedimento, una TC addominale avrebbe potuto consentire una diagnosi più anticipata della complicanza e un reintervento chirurgico in tempi più brevi. Il ritardo diagnostico e terapeutico è diventato così uno degli snodi centrali nella ricostruzione del nesso causale tra la gestione post-operatoria e il successivo aggravamento del quadro clinico.
Sul piano infettivologico, sono state valutate la gestione dell’infezione addominale insorta durante il ricovero e il trattamento delle sue conseguenze. Nel corso della degenza si è sviluppata un’infezione addominale di natura ospedaliera, che ha contribuito a ridurre le probabilità di sopravvivenza del paziente.
Anche la gestione della terapia a pressione negativa, la cosiddetta VAC therapy, è stata oggetto di valutazione critica. I consulenti d’ufficio hanno individuato ulteriori profili di criticità di carattere infettivologico, riferiti alla gestione della VAC e alla contaminazione della ferita chirurgica e del cavo addominale.
Il rilievo di queste criticità non sta nella loro semplice somma, ma nella loro concatenazione. Ogni passaggio non tempestivamente governato ha ridotto il margine di intervento successivo, fino all’evoluzione del quadro clinico in senso settico.
§ 3.3 L’evoluzione settica e il decesso
Le criticità emerse si sono collocate su più piani: informativo, chirurgico, diagnostico, infettivologico e terapeutico.
L’infezione addominale, non adeguatamente controllata, è progressivamente evoluta in un quadro settico. Il paziente è deceduto a distanza di alcuni mesi dal primo intervento.
Secondo la ricostruzione medico-legale richiamata negli atti, il decesso è stato correlato a una sepsi secondaria a peritonite post-chirurgica e alla lunga ospedalizzazione ad alta intensità di cura resasi necessaria per trattarla.
La vicenda mostra come, nella chirurgia del laparocele, la responsabilità sanitaria non dipenda automaticamente dalla comparsa di una complicanza. Il punto decisivo è verificare se quella complicanza sia stata prevenuta, riconosciuta e trattata tempestivamente, e se una diversa gestione avrebbe potuto modificare il decorso clinico.
§ 3.4 Dall’accertamento tecnico alla transazione
I familiari, assistiti dallo Studio, hanno promosso un accertamento tecnico preventivo, lo strumento che consente di acquisire una valutazione tecnica sulla vicenda prima dell’eventuale giudizio di merito.
La consulenza svolta in quella sede ha evidenziato diversi profili di criticità nella gestione assistenziale del paziente. Successivamente, avviata l’azione risarcitoria nei confronti dell’Azienda sanitaria, è stata aperta una trattativa per la definizione bonaria della controversia.
La trattativa si è conclusa con un accordo transattivo che ha previsto, in favore dei congiunti, un risarcimento complessivo superiore a 1.200.000 euro, comprensivo delle diverse voci di danno e delle spese indicate nell’atto di quietanza.
Il risultato è stato raggiunto sulla base della documentazione clinica e tecnica raccolta nella fase di accertamento. Proprio questa attività preliminare ha consentito di ricostruire la sequenza degli eventi, individuare i profili di criticità e favorire una definizione bonaria della controversia.
§ 4. I danni risarcibili ai familiari
Il caso appena esaminato consente di chiarire anche quali voci di danno possono venire in rilievo quando un errore sanitario determina il decesso del paziente.
In queste situazioni, il risarcimento segue due percorsi distinti: alcune voci spettano ai familiari in proprio, perché riguardano il pregiudizio che subiscono direttamente per la perdita del congiunto; altre maturano in capo al paziente prima della morte e si trasmettono agli eredi.
§ 4.1 Il danno da perdita del rapporto parentale
È la voce principale nei casi di decesso. Il danno da perdita del rapporto parentale ristora il pregiudizio subito dai familiari per la perdita definitiva del legame affettivo con il congiunto: la sofferenza, lo sconvolgimento delle abitudini di vita, il vuoto nella rete degli affetti.
Spetta anzitutto ai prossimi congiunti, come il coniuge, i figli e i genitori, ma non è limitato soltanto a queste figure. Anche altri familiari, come fratelli, sorelle, nonni, nipoti o il convivente, possono avere diritto al risarcimento quando venga dimostrata l’esistenza di un legame affettivo concreto e significativo con la vittima. Per i componenti del nucleo familiare più stretto, l’esistenza del rapporto consente normalmente di presumere il pregiudizio, ferma restando la valutazione delle circostanze concrete.
La quantificazione avviene secondo un sistema a punti, che tiene conto del grado di parentela, dell’età della vittima e del superstite, della convivenza e dell’intensità della relazione.
§ 4.2 Il danno patrimoniale
Accanto al pregiudizio non patrimoniale, la morte del congiunto può comportare conseguenze economiche risarcibili. Vi rientrano le spese sostenute, come quelle funerarie e quelle mediche affrontate prima del decesso. Quando il defunto contribuiva al sostentamento della famiglia, può essere risarcita anche la perdita di quel contributo economico.
§ 4.3 I danni trasmessi agli eredi
Una parte del risarcimento riguarda le sofferenze patite dal paziente stesso nell’intervallo tra l’errore e il decesso. Quando tra le lesioni e la morte intercorre un tempo apprezzabile, può essere riconosciuto il danno biologico terminale, legato alla compromissione della salute in quel periodo.
Quando invece il paziente è rimasto lucido di fronte all’avvicinarsi della fine, può spettare il danno catastrofale, ovvero la sofferenza derivante dalla consapevole percezione della propria morte imminente. Quest’ultimo presuppone uno stato di coscienza vigile, e per questo è escluso quando manca la lucida consapevolezza.
Trattandosi di diritti maturati in capo al paziente prima del decesso, queste voci si trasmettono agli eredi.
La quantificazione di tutte queste voci richiede una valutazione che tenga conto delle circostanze concrete, e per questo non si presta a stime automatiche.
§ 5. Come agire dopo un danno da intervento di laparocele
Chi sospetta che un danno sia derivato da errori nella chirurgia del laparocele, o ha perso un familiare in queste circostanze, può far accertare le eventuali responsabilità e chiedere il risarcimento.
Il percorso va impostato con attenzione fin dall’inizio.
La prima cosa da fare è la raccolta della documentazione clinica: cartella clinica completa, verbale operatorio, referti degli esami, diari medici e infermieristici, lettere di dimissione. La struttura sanitaria è tenuta a rilasciare questa documentazione, che rappresenta la base di ogni valutazione medico-legale.
La documentazione va poi sottoposta a un medico legale e, doverosamente, a uno specialista della materia. Nel caso del laparocele, può essere decisivo il contributo di un chirurgo generale, per valutare l’indicazione all’intervento, la tecnica eseguita, la gestione delle lesioni intestinali, il monitoraggio post-operatorio, oltre che di un infettivologo per il trattamento delle infezioni.
È questa valutazione che consente di distinguere la complicanza non evitabile dall’errore evitabile, verificando se la condotta dei sanitari si sia discostata dalle buone pratiche e se vi sia un nesso tra quella condotta e il danno.
Occorre inoltre considerare i termini di prescrizione.
In linea generale, l’azione contro la struttura sanitaria si prescrive in dieci anni, per quanto riguarda i danni subìti dal paziente in proprio; mentre quella per rivendicare i danni subìti dai suoi congiunti e quella contro il singolo medico in cinque anni. Il termine non decorre necessariamente dal momento dell’errore, ma da quando il danno e la sua possibile origine sanitaria diventano riconoscibili.
Prima di avviare il giudizio, la legge richiede il rispetto di una condizione di procedibilità. In materia di responsabilità sanitaria, è possibile ricorrere all’accertamento tecnico preventivo oppure alla mediazione: due strumenti alternativi, la cui scelta va valutata in base alle caratteristiche del caso.
Come mostra la vicenda ricostruita sopra, una documentazione tecnica solida acquisita nella fase di accertamento può favorire una definizione bonaria della controversia, evitando i tempi e l’incertezza di un giudizio di merito.
Il quadro completo dei requisiti, dei tempi e delle modalità per agire è approfondito nella nostra guida al risarcimento per malasanità.
Hai subito un danno dopo un intervento di laparocele?
Se tu o un tuo familiare avete subito conseguenze gravi dopo un intervento di correzione di laparocele, o se hai perso un congiunto in circostanze simili, è opportuno far esaminare la vicenda da professionisti con competenza specifica in responsabilità sanitaria.
Lo Studio Legale Chiarini assiste pazienti e familiari nei casi di danno da malasanità in tutta Italia, con il supporto di consulenti medico-legali e specialisti. La valutazione della documentazione clinica consente di capire se sussistano i presupposti per un’azione risarcitoria.
Puoi sottoporci la tua vicenda senza impegno: esamineremo la documentazione e ti diremo, con franchezza, se riteniamo che vi siano elementi per procedere.

