Un travaglio prolungato, un punteggio Apgar basso, un neonato che nei primi minuti fatica a respirare e ha bisogno dell’assistenza dei sanitari. Sono circostanze che lasciano i genitori con una domanda sospesa sul futuro del bambino.
Il danno cerebrale neonatale è una lesione del cervello che si verifica prima, durante o subito dopo la nascita. Può dipendere da una carenza di ossigeno, da un’emorragia, da un’infezione o da un trauma subìto durante il parto. I suoi segni non compaiono sempre nello stesso momento: alcuni si osservano già in sala parto, altri emergono nei giorni successivi, altri ancora restano silenti per mesi.
Alcune di queste lesioni sono inevitabili. Altre derivano da errori nella gestione del parto e, in questi casi, la famiglia ha diritto al risarcimento.
INDICE SOMMARIO
- § 1. Cosa si intende per danno cerebrale nel neonato
- § 2. I sintomi del danno cerebrale nel neonato
- § 3. Quando rivolgersi a uno specialista per danno cerebrale
- § 4. Le cause dei danni cerebrali nel neonato
- § 5. Come si diagnostica un danno cerebrale neonatale
- § 6. Quando il danno cerebrale neonatale dipende da malasanità
- § 7. Il risarcimento per danni cerebrali da parto: i diritti della famiglia
§ 1. Cosa si intende per danno cerebrale nel neonato
Il cervello del neonato è un organo in formazione e, per questo, particolarmente vulnerabile. Quando un evento lo danneggia nelle ore intorno alla nascita, le cellule nervose colpite non si rigenerano. La lesione che ne deriva è permanente, anche se la sua gravità può variare molto da un caso all’altro.
Per essere precisi: il danno cerebrale è la lesione; la disabilità che ne consegue è l’esito.
Una stessa lesione, a seconda dell’area colpita e della sua estensione, può lasciare esiti lievi o gravi. Tra le possibili conseguenze rientrano la paralisi cerebrale infantile, l’epilessia, i disturbi della vista e dell’udito, il ritardo dello sviluppo cognitivo e motorio, le difficoltà di apprendimento e del linguaggio. In alcuni bambini gli effetti sono minimi o assenti. In altri richiedono assistenza per tutta la vita.
La differenza tra lesione ed esito spiega anche perché, con il passare del tempo, i medici usino parole diverse per descrivere la stessa storia clinica. Nei primi giorni di vita si parla di danno cerebrale o di encefalopatia neonatale: indicano la lesione e la sofferenza del cervello così come si presentano subito dopo la nascita. Mesi più tardi, con la crescita del bambino, può arrivare la diagnosi di paralisi cerebrale infantile: descrive le conseguenze che quella stessa lesione ha lasciato sullo sviluppo motorio. Non si tratta di due malattie diverse né di un peggioramento. È la stessa vicenda clinica osservata prima nella sua origine e poi nei suoi effetti.
La gravità dipende soprattutto da due fattori: quanto a lungo il cervello è rimasto in sofferenza e quale area è stata colpita. Una carenza di ossigeno breve e un danno limitato possono lasciare conseguenze contenute. Una privazione prolungata, o una lesione che interessa aree estese, produce quadri più seri. Per questo la rapidità con cui i sanitari riconoscono e trattano il problema incide sull’esito finale.
§ 2. I sintomi del danno cerebrale nel neonato
Alcuni sintomi di danno cerebrale sono visibili già nei primi minuti di vita. Altri emergono durante il ricovero. Altri ancora restano nascosti finché il bambino non cresce abbastanza da mostrare un ritardo rispetto alle tappe attese.
§ 2.1 I segni nelle prime ore dopo la nascita
Nei primi minuti e nelle prime ore dopo il parto, il danno cerebrale si manifesta soprattutto nel modo in cui il neonato respira, si muove e reagisce. Sono segni che l’équipe in sala parto deve riconoscere e annotare.
I principali sono:
- Indice di Apgar basso e persistente. L’indice di Apgar valuta le condizioni del neonato al primo e al quinto minuto di vita, considerando battito, respiro, tono muscolare, riflessi e colorito. Un punteggio che resta basso oltre il quinto minuto segnala una sofferenza che non si sta risolvendo da sola.
- Assenza di respiro autonomo. Il bambino non respira spontaneamente dopo la nascita e ha bisogno di essere rianimato. La necessità di manovre di rianimazione è uno degli indizi più diretti di una sofferenza in corso.
- Alterazioni del tono muscolare. Il neonato appare insolitamente molle e privo di forza (ipotonia) oppure, al contrario, rigido e contratto (ipertonia). In entrambi i casi il tono si discosta da quello atteso.
- Convulsioni precoci. Movimenti anomali, scatti ripetuti o irrigidimenti che compaiono nelle prime 24-48 ore di vita. Nel neonato le convulsioni sono spesso l’unico segnale evidente di una lesione cerebrale già avvenuta.
- Difficoltà di alimentazione. Il bambino non riesce ad attaccarsi al seno, a succhiare o a deglutire in modo coordinato.
- Alterazioni dello stato di coscienza. Una reattività ridotta, con il neonato che appare assente e poco risvegliabile, oppure uno stato di irritabilità e pianto continuo senza una causa apparente.
Accanto a questi segni osservabili, c’è un dato che emerge dagli esami: l’acidosi. Quando il cervello e gli altri organi restano a lungo senza ossigeno, il sangue del bambino diventa più acido del normale. Il valore si misura su un campione prelevato dal cordone ombelicale subito dopo la nascita ed è uno degli elementi che confermano una sofferenza da carenza di ossigeno.
§ 2.2 I segni nei primi giorni e nelle prime settimane
Superate le prime ore, alcuni segni di sofferenza cerebrale restano visibili durante il ricovero e nelle settimane successive. È una fase in cui il neonato è ancora sotto osservazione dei sanitari, ma anche i genitori iniziano a cogliere ciò che si discosta da un comportamento atteso.
In questo periodo i segnali da considerare sono soprattutto:
- Difficoltà persistenti nell’alimentazione. La suzione resta debole o poco coordinata, i pasti sono lunghi e faticosi, il bambino si stanca o rigurgita di frequente. Quando il problema si prolunga oltre i primi giorni, può indicare un controllo neurologico ancora immaturo dei muscoli coinvolti nella suzione e nella deglutizione.
- Tono muscolare ancora alterato. L’ipotonia o l’ipertonia notate alla nascita non si normalizzano, oppure compaiono in questa fase. Il bambino appare troppo molle quando viene preso in braccio oppure tende a inarcarsi e a irrigidirsi.
- Pianto anomalo. Un pianto acuto e stridulo, oppure un bambino che piange pochissimo e resta insolitamente passivo. Entrambi gli estremi meritano attenzione.
- Movimenti oculari irregolari. Occhi che si muovono in modo scoordinato, sguardo che non si fissa, scatti ripetuti delle palpebre.
- Sonno molto disturbato. Un neonato che dorme quasi sempre e si sveglia a fatica, oppure che riposa pochissimo e appare costantemente irritabile.
- Circonferenza cranica che cresce in modo anomalo. Una testa che aumenta di dimensioni più rapidamente del previsto può segnalare un accumulo di liquido all’interno del cranio (idrocefalo), possibile conseguenza di un’emorragia cerebrale. È un parametro che il pediatra misura nei controlli programmati.
In questa fase serve una precisazione. Diversi di questi segnali, presi singolarmente, possono avere cause banali e transitorie: un neonato dorme molto, un altro fatica con le poppate per ragioni che non hanno a che vedere con il cervello. È il quadro d’insieme, più del singolo episodio, che porta il pediatra ad approfondire.
§ 2.3 I segnali che emergono con lo sviluppo
Quando la lesione è lieve o interessa aree il cui funzionamento si manifesta solo con la crescita, i primi sintomi possono comparire dopo settimane o mesi. Spesso si notano perché il bambino tarda a raggiungere le tappe dello sviluppo, cioè quelle conquiste motorie e relazionali che seguono tempi abbastanza prevedibili nel primo anno e mezzo di vita.
I segnali più frequenti in questa fase sono:
- Ritardo nelle tappe motorie. Il bambino tarda a controllare la testa, a stare seduto, a gattonare o a camminare rispetto ai tempi medi. Un ritardo isolato e contenuto rientra spesso nella normale variabilità tra bambini. Un ritardo marcato, o che riguarda più tappe insieme, va segnalato al pediatra.
- Persistenza dei riflessi arcaici. I neonati hanno riflessi automatici, come quello di suzione o di Moro, destinati a scomparire entro precise finestre di età. Riflessi che restano oltre il tempo previsto, o che non compaiono affatto, sono tra gli indizi più affidabili di un problema neurologico.
- Asimmetrie nei movimenti e nella postura. Il bambino usa molto di più un lato del corpo, tiene un pugno costantemente chiuso, mostra arti destri e sinistri che non si muovono allo stesso modo. L’asimmetria persistente è un segnale da non trascurare.
- Tono muscolare anomalo. Muscoli troppo rigidi o troppo cedevoli che si notano nei mesi, con il bambino che appare contratto o, all’opposto, fatica a sostenersi da seduto.
- Scarso contatto e reattività ridotta. Il piccolo non segue gli oggetti con lo sguardo, non reagisce ai rumori forti, non risponde al sorriso, non cerca il contatto visivo. Possono essere segni che riguardano la vista, l’udito o lo sviluppo relazionale.
- Difficoltà di alimentazione che proseguono. Problemi di suzione e deglutizione che si trascinano oltre i primi mesi, a volte con scarso accrescimento di peso.
Questi segnali hanno una caratteristica che li rende insidiosi: comparendo a distanza dal parto, raramente vengono collegati subito a un evento avvenuto alla nascita. I genitori, e a volte anche i medici, tendono a leggerli come un ritardo che il bambino recupererà. Quando un danno cerebrale neonatale non riconosciuto si manifesta solo mesi dopo, attraverso lo sviluppo, si parla di danno lungolatente. È una circostanza che ha effetti anche sul piano legale, perché sposta in avanti il momento in cui la famiglia prende consapevolezza di ciò che è accaduto.
§ 3. Quando rivolgersi a uno specialista per danno cerebrale
Quando si colgono questi segnali, la prima cosa da fare è contattare il pediatra di libera scelta. È il medico che conosce la storia del bambino, segue i bilanci di salute e misura a ogni controllo parametri come peso, lunghezza e circonferenza cranica. A lui vanno riferiti anche i dubbi che possono sembrare minori.
In alcuni casi è opportuno contattarlo in tempi brevi o rivolgersi direttamente al pronto soccorso pediatrico, se il bambino presenta:
- movimenti ripetuti e anomali che fanno sospettare convulsioni, come scatti, irrigidimenti o automatismi che si ripetono sempre allo stesso modo;
- un’alterazione marcata dello stato di coscienza, con il piccolo che appare assente, difficile da risvegliare o insolitamente molle;
- difficoltà respiratorie, colorito bluastro o rifiuto prolungato del cibo;
- un pianto acuto e inconsolabile, diverso dal solito, soprattutto se accompagnato da altri segni.
Quando il sospetto trova conferma, il pediatra indirizza la famiglia verso lo specialista di riferimento, il neuropsichiatra infantile, ed eventualmente verso un centro di neurologia neonatale. Una valutazione precoce consente di avviare per tempo, quando serve, un percorso di presa in carico riabilitativa. Più l’intervento è tempestivo, maggiori sono le possibilità di sfruttare la capacità del cervello del bambino di riorganizzarsi nei primi mesi di vita.
C’è poi un altro motivo per non rimandare gli accertamenti, che riguarda chi sospetta un’origine legata al parto. Documentare con precisione segni, esami e diagnosi significa costruire già nel presente la base di prove che servirà se, in futuro, la famiglia vorrà far verificare l’esistenza di una responsabilità medica. La cartella clinica del neonato, i referti degli esami strumentali e le relazioni degli specialisti sono i documenti su cui si fonda ogni valutazione medico-legale.
§ 4. Le cause dei danni cerebrali nel neonato
Un danno cerebrale neonatale può avere origini diverse, che agiscono prima, durante o subito dopo il parto. Capire da dove nasce la lesione aiuta anche a valutare, più avanti, se si trattava di un evento evitabile.
Le cause principali sono:
- Carenza di ossigeno. Quando il flusso di ossigeno e di sangue al cervello si riduce o si interrompe, le cellule nervose soffrono e, se la situazione si prolunga, muoiono. Si parla di asfissia e ipossia perinatale per indicare questa privazione nei momenti intorno alla nascita. Il danno che ne deriva prende il nome di encefalopatia ipossico-ischemica, una delle principali cause di disabilità neurologica nel neonato. All’origine ci sono spesso problemi del cordone ombelicale, come un nodo o un prolasso, il distacco della placenta, contrazioni uterine troppo intense oppure una sofferenza fetale che si sviluppa durante un travaglio prolungato.
- Emorragie intracraniche. Sono sanguinamenti all’interno del cranio. Possono derivare da un trauma durante il parto, da sbalzi di pressione o da pressioni anomale sulla testa nel passaggio attraverso il canale del parto. Sono più frequenti nei neonati prematuri, perché i vasi sanguigni del loro cervello sono ancora fragili. A seconda della sede e dell’entità, un’emorragia può risolversi senza conseguenze oppure lasciare esiti permanenti.
- Kernittero. È una forma di danno cerebrale causata da un eccesso di bilirubina, la sostanza responsabile dell’ittero, la colorazione giallastra molto comune nei primi giorni di vita. Nella maggior parte dei casi l’ittero neonatale è benigno e si risolve da solo. Quando però i livelli salgono troppo e non vengono trattati per tempo, la bilirubina in eccesso raggiunge il cervello e lo danneggia. È una conseguenza prevenibile, perché l’ittero è facile da monitorare e da trattare con la fototerapia.
- Infezioni. La meningite, l’encefalite e le infezioni trasmesse dalla madre al bambino intorno alla nascita possono raggiungere il sistema nervoso e lasciare conseguenze. Alcune infezioni materne sono individuabili già in gravidanza con gli esami appropriati e questo consente di intervenire prima.
- Traumi meccanici da parto. Una manovra ostetrica scorretta, un uso improprio della ventosa o del forcipe, una forza eccessiva durante l’estrazione del bambino possono provocare lesioni dirette al cranio e al cervello. In questi casi il danno non nasce da una condizione della gravidanza, ma dalla conduzione del parto.
A queste cause si aggiunge un fattore che le attraversa quasi tutte: la prematurità. Un bambino nato prima del termine ha organi e tessuti immaturi, cervello compreso, ed è più esposto sia alla carenza di ossigeno sia alle emorragie. La nascita pretermine non è di per sé un errore, ma richiede un’assistenza più attenta proprio per il rischio aumentato.
Alcune di queste cause sono prevenibili o trattabili: una sofferenza fetale segnalata dal monitoraggio, un ittero che aumenta, un’infezione materna già nota. Altre sono eventi improvvisi e non prevedibili, che possono verificarsi anche con un’assistenza corretta. È su questa distinzione che si basa la valutazione di un’eventuale responsabilità medica.
§ 5. Come si diagnostica un danno cerebrale neonatale
Quando un parto difficile o i sintomi del bambino fanno sospettare una sofferenza cerebrale, i medici hanno a disposizione una serie di strumenti per confermare o escludere la lesione e per valutarne l’entità. Nessuno di questi esami, da solo, dà una risposta definitiva: è il loro insieme a comporre il quadro.
La valutazione comincia già in sala parto con l’indice di Apgar, il primo controllo delle condizioni del neonato al primo e al quinto minuto di vita. Subito dopo, su un campione di sangue prelevato dal cordone ombelicale, si esegue l’emogasanalisi: misura il pH e indica se il bambino ha sofferto una carenza di ossigeno, rilevabile attraverso l’acidosi. Sono i primi dati oggettivi e la loro registrazione nella cartella clinica rappresenta il punto di partenza di ogni valutazione successiva.
Nei giorni seguenti, se il sospetto resta, si ricorre a esami più approfonditi:
- L’elettroencefalogramma (EEG) registra l’attività elettrica del cervello e individua le convulsioni, comprese quelle che non si manifestano con movimenti visibili.
- L’ecografia cerebrale transfontanellare sfrutta la fontanella ancora aperta del neonato per osservare il cervello senza radiazioni ed è utile soprattutto per individuare le emorragie.
- La risonanza magnetica offre le immagini più dettagliate della lesione, della sua sede e della sua estensione, e aiuta a stimarne l’evoluzione.
Per descrivere la gravità di un’encefalopatia, i neonatologi usano poi la scala di Sarnat, che classifica la sofferenza cerebrale in tre livelli – lieve, moderato e grave – sulla base del comportamento del neonato, del tono muscolare e dei riflessi. È uno strumento che orienta sia le scelte di trattamento sia le valutazioni sull’esito.
Per i neonati con encefalopatia ipossico-ischemica esiste un trattamento: l’ipotermia terapeutica, che consiste nel raffreddare in modo controllato il corpo del bambino per rallentare la morte delle cellule cerebrali. La sua efficacia dipende però da una finestra molto stretta: va avviata entro sei ore dalla nascita. Riconoscere in tempo la sofferenza, eseguire gli esami corretti e attivare il trattamento entro questo limite incide direttamente sulla possibilità di contenere il danno. Un ritardo in questa sequenza può aggravare conseguenze che, altrimenti, sarebbero state più limitate.
§ 6. Quando il danno cerebrale neonatale dipende da malasanità
Non tutti i danni cerebrali neonatali derivano da un errore. Alcune lesioni si verificano anche quando il parto è stato assistito in modo corretto, perché il travaglio comporta rischi che non sempre è possibile prevedere o neutralizzare. In questi casi si parla di complicanza: un esito sfavorevole non imputabile a chi ha prestato le cure.
La responsabilità medica si configura quando il danno non era un rischio inevitabile, ma la conseguenza di una condotta sanitaria scorretta. Perché si possa parlare di malasanità devono ricorrere tre presupposti: una condotta colposa dei sanitari, per imperizia, imprudenza o negligenza; un danno effettivo subito dal bambino; un nesso di causa tra quella condotta e quel danno. Mancando anche uno solo di questi elementi, il diritto al risarcimento non sorge.
Stabilire se il danno era evitabile è quasi sempre l’elemento che decide l’esito di un caso. Se il monitoraggio segnalava una sofferenza fetale e i sanitari non sono intervenuti, la situazione è diversa da quella di un evento improvviso e imprevedibile. La valutazione spetta sempre a un medico legale e a uno specialista in ginecologia e ostetricia, che esaminano la cartella clinica e ricostruiscono cosa è stato fatto, cosa è stato omesso e cosa si sarebbe dovuto fare.
Tra gli errori che più spesso emergono nei casi di danno cerebrale neonatale ci sono:
- L’errata interpretazione del tracciato cardiotocografico. Il monitoraggio del battito fetale durante il travaglio segnala la sofferenza del bambino. Non riconoscere o sottovalutare quei segnali significa lasciar maturare una carenza di ossigeno che si sarebbe potuta interrompere.
- Il ritardo nel cesareo d’urgenza. Quando la sofferenza fetale impone di far nascere subito il bambino, ogni minuto di attesa aggrava il danno. Il ritardo nella decisione di procedere con il taglio cesareo è uno degli addebiti più ricorrenti.
- L’uso scorretto di ventosa o forcipe. L’impiego di questi strumenti segue regole tecniche precise, fissate dalle linee guida, su numero di applicazioni, trazioni e tempi. Superare quei limiti, o ricorrere allo strumento quando era controindicato, può provocare lesioni craniche e cerebrali.
- Il mancato trattamento dell’ittero. Un ittero che sale oltre i livelli di guardia e non viene curato in tempo con la fototerapia può evolvere in kernittero, un danno che una sorveglianza adeguata avrebbe evitato.
- L’ipotermia terapeutica omessa o tardiva. Non avviare il raffreddamento controllato entro le sei ore dalla nascita, quando ne ricorrevano le condizioni, sottrae al bambino l’unico trattamento in grado di contenere il danno da encefalopatia ipossico-ischemica.
Lo studio Chiarini ha seguito casi di danno cerebrale neonatale. In una vicenda di lesioni da uso scorretto della ventosa ostetrica, l’accertamento delle responsabilità sanitarie ha portato a un risarcimento di due milioni di euro a tutela del bambino e della sua famiglia.
§ 7. Il risarcimento per danni cerebrali da parto: i diritti della famiglia
Quando un danno cerebrale dipende da un errore medico, la famiglia ha diritto a un risarcimento.
Il risarcimento comprende più voci di danno:
- Danno alla salute del bambino. La compromissione della sua integrità psicofisica, misurata in punti percentuali di invalidità permanente. Per le lesioni gravi da responsabilità sanitaria la quantificazione segue oggi la Tabella Unica Nazionale, introdotta dal d.P.R. n. 12/2025 e in vigore dal 5 marzo 2025, che si applica alle invalidità dal 10% al 100%.
- Danno patrimoniale. Spese mediche, terapie riabilitative, ausili, assistenza: tutti i costi che la lesione comporta nel tempo.
- Danno non patrimoniale dei genitori. La sofferenza di vedere il proprio figlio convivere con le conseguenze di una lesione evitabile, e lo stravolgimento della vita familiare.
§ 7.1 Prescrizione: dieci anni per la struttura, cinque per il medico
I termini di prescrizione riguardano due diritti distinti. Il primo è quello del bambino, per il danno alla sua salute. È un diritto che i genitori fanno valere per suo conto fino alla maggiore età. Verso l’ospedale si prescrive in dieci anni, perché il rapporto con la struttura ha natura contrattuale. Verso il singolo medico il termine è, normalmente, di cinque anni.
Il secondo è il diritto dei genitori e dei familiari, per la sofferenza che la lesione del bambino ha causato a loro. Anche per loro l’azione per il danno parentale contro l’ospedale si prescrive in dieci anni, poiché essi sono parte del contratto stipulato alla nascita, e poiché tale contratto estende comunque i suoi effetti anche ad entrambi i genitori (contratto con effetti protettivi a favore di terzi). Il termine si riduce invece a cinque anni per le richieste rivolte al singolo medico, oppure se a chiedere il risarcimento contro l’ospedale sono altri familiari (come fratelli, sorelle o nonni).
Il termine decorre dal momento in cui la famiglia ha potuto rendersi conto del danno e della sua possibile origine. Per le lesioni che emergono con lo sviluppo, i danni lungolatenti, quel momento può arrivare anche anni dopo la nascita. Un termine che sembra scaduto, a volte, non lo è. Vale la pena farlo verificare a un legale prima di rinunciare. Quando il fatto è astrattamente configurabile come reato, si applica il termine più lungo stabilito per la fattispecie penale ai sensi dell’articolo 2947, comma 3, c.c.
§ 7.2 Come avviare la richiesta di risarcimento
La prima cosa da fare è la richiesta della cartella clinica del parto e del ricovero del neonato. È il documento su cui il medico legale e lo specialista ricostruiscono cosa è accaduto e stabiliscono se ci sono i presupposti per procedere.
Prima di poter avviare una causa, la legge impone un passaggio preliminare. La famiglia deve esperire un accertamento tecnico preventivo (ATP) o, in alternativa, una mediazione: procedure pensate per accertare i fatti e le responsabilità e, dove possibile, chiudere la vicenda con un accordo senza arrivare al processo.
Se questa fase si conclude con esito negativo, oppure non si chiude entro il termine di sei mesi dal deposito del ricorso, la domanda di merito diventa procedibile. La famiglia ha allora novanta giorni per introdurre la causa vera e propria. Il giudizio si svolge secondo le forme del rito semplificato di cognizione (articoli 281-decies e seguenti del codice di procedura civile, come modificati dalla Riforma Cartabia), un procedimento pensato per arrivare più rapidamente a una decisione.
Hai un dubbio sul parto di tuo figlio?
Se il parto di tuo figlio è stato difficile, o se un ritardo nello sviluppo ti ha fatto tornare a quei giorni con una domanda rimasta senza risposta, capire cosa è accaduto è un tuo diritto.
Non ogni danno cerebrale nasce da un errore, e una valutazione seria parte sempre da qui: leggere la cartella clinica e ricostruire, con un medico legale e uno specialista, se la lesione poteva essere evitata.
Lo studio Chiarini assiste le famiglie dei neonati che hanno subito lesioni alla nascita, con un’équipe che mette insieme competenze legali e medico-legali in responsabilità ginecologica e ostetrica. Se vuoi sottoporci il tuo caso, possiamo esaminarlo insieme e dirti se esistono i presupposti per procedere.

