Avvocato Malasanità, Come Scegliere – Risarcimento Conseguito dall’Avv. Gabriele Chiarini

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Avvocato Malasanità, Come Scegliere – Risarcimento Conseguito dall’Avv. Gabriele Chiarini

In questo articolo approfondiremo un tema di sicuro interesse: quali sono gli aspetti da prendere in considerazione quando si deve individuare un avvocato esperto in malasanità. Chi sia stato vittima di resposabilità medico-sanitaria, infatti, si trova spesso in difficoltà di fronte alla scelta del giusto soggetto al quale affidare la difesa dei propri interessi, specie alla luce dell’offerta di servizi – ampia e non sempre qualificata – che la rete telematica globale denominata internet gli mette, oggigiorno, a disposizione.

Lo faremo prendendo spunto dalla strategia utilizzata per la gestione di un caso di malasanità obiettivamente difficile, relativo ad una morte di assai dubbia eziopatogenesi (vale a dire che non erano chiare le cause della malattia [eziologia], né il relativo meccanismo di azione [patogenesi]), affrontato e risolto dall’Avv. Gabriele Chiarini. All’esito di una delicata quanto impegnativa trattativa stragiudiziale, l’Avvocato è riuscito a conseguire un risarcimento di 300.000,00 euro, risultato che – alla luce delle peculiarità della vicenda in questione – nessuna azione giudiziale avrebbe mai vorosimilmente consentito di ottenere.

Alla fine della lettura, ne siamo certi, avrete tutti gli elementi per orientarvi nella scelta del difensore a cui affidare la tutela dei vostri diritti. Saprete, insomma, tutto quel che c’è da sapere per prendere una decisione saggia ed informata sui criteri di valutazione di un avvocato specializzato nella gestione di casi di malasanità.

 

INDICE SOMMARIO

 

Soltanto l’avvocato può tutelare adeguatamente i diritti delle vittime di malasanità

Come abbiamo ampiamente messo in luce altrove, il soggetto più appropriato al quale rivolgersi in caso di malasanità è l’avvocato, il quale – nel nostro sistema giuridico – è l’unica figura istituzionalmente deputata alla difesa degli interessi e dei diritti dei cittadini. La stessa etimologia del termine ne è testimonianza (ad-vocatus, vale a dire “colui che è chiamato presso”, per assistere e difendere). La legge professionale (n. 247 del 31 dicembre 2012, “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense“), ad ogni modo, è piuttosto chiara nel prevedere che:

L’avvocato ha la funzione di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti” (art. 2, comma 2, legge 247/2012)
L’iscrizione ad un albo circondariale è condizione per l’esercizio della professione di avvocato […]” (art. 2, comma 3, legge 247/2012)

Non è semplice, d’altronde, gestire un caso di responsabilità sanitaria. La malasanità presenta caratteristiche ed insidie decisamente peculiari, che rendono questa materia profondamente diversa dall’infortunistica stradale. Perciò sarebbe decisamente inappropriato affidarsi ad una delle molteplici società e/o associazioni, più o meno improvvisate, che offrono servizi di tutela ed assistenza senza possedere i requisiti per farlo (vale a dire: la necessaria abilitazione professionale). Altrettanto inopportuno risulterebbe elevare a proprio difensore il consulente medico-legale, il quale può e deve restare un valido ausiliario dell’avvocato.

Come sceglierlo, però, questo avvocato? Cerchiamo allora di capire quali sono le regole da seguire quando si tratta di individuare il proprio difensore in materia di medical malpractice. Per farlo, analizziamo un caso concreto di malasanità, affrontato e risolto dall’Avvocato Gabriele Chiarini, e proviamo a delineare le corrette modalità di gestione di un sinistro in ambito di responsabilità sanitaria.

 

Il caso di malasanità a Rimini, gestito dall’Avvocato Gabriele Chiarini

Avvocato Malasanità

Avv. Gabriele Chiarini – Esperto di Diritto Civile e Responsabilità Sanitaria

Il caso accennato riguardava il decesso di un giovane uomo (di circa 45 anni), affetto da pregresse problematiche di natura psichiatrica, avvenuto nel 2015 presso un nosocomio della Provincia di Rimini. Questi era stato condotto in Pronto Soccorso nelle prime ore del mattino, su disposizione della guardia medica di turno che l’aveva visitato a casa durante la notte a seguito di un elevato innalzamento della febbre ed al manifestarsi di un improvviso episodio di incontinenza.

Fino a pochi giorni prima, l’uomo aveva goduto di buona salute ed era normalmente uscito di casa per recarsi al lavoro. Il giorno precedente il ricovero, invece, aveva iniziato ad accusare malessere con comparsa di febbre, sintomi da principio attribuiti ad una banale influenza. Non accennando a diminuire la temperatura corporea, ed essendo comparsi anche forti dolori articolari alle gambe, era stata allertata la guardia medica di Rimini, che aveva suggerito di condurre il paziente in P.S.

Eseguiti alcuni accertamenti clinici, i medici avevano ipotizzato diagnosi di pielonefrite e, al termine della mattinata, avevano disposto il ricovero in Medicina, ove la situazione era sembrata stabilizzarsi. Sennonché, nel tardo pomeriggio, l’uomo aveva iniziato ad accusare seri problemi respiratori ed il quadro clinico era peggiorato rapidamente. Trasferito la sera stessa nel reparto di Rianimazione, era poco dopo tragicamente deceduto, con diagnosi di shock settico, invero non supportata da adeguate indagini cliniche o laboratoristiche.

 

L’istruzione del caso di malasanità e le valutazioni contrastanti circa l’operato della struttura sanitaria riminese

Per la valutazione del caso, sono stati consultati tre medici legali, un infettivologo ed un endocrinologo, ai quali sono stati posti specifici ed articolati quesiti. Dall’esame congiunto, coordinato dall’Avvocato Chiarini, sono emerse valutazioni contrastanti:

  • da un lato, è stata esplicitamente esclusa la sussistenza di elementi di responsabilità nella gestione clinica del caso; ben due dei medici legali interessati, d’intesa con lo specialista infettivologo, hanno infatti ritenuto che il decesso del paziente fosse ascrivibile unicamente alla gravità del quadro patologico, risultando altamente verosimile che esso fosse stato causato da un grave shock settico, secondario ad un processo infettivo in atto già da diversi giorni; purtroppo, al momento dell’accesso in P.S., le condizioni del paziente sarebbero state estremamente gravi e sarebbe già stato in atto un coinvolgimento sistemico, tale da portare al decesso nell’arco di poche ore, lasso temporale troppo breve per permettere ai medici di effettuare le prove colturali necessarie all’identificazione dei microrganismi responsabili, o per riuscire ad identificare la sede primaria del focolaio infettivo;
  • dall’altro lato, invece, sono emersi spiragli a supporto dell’azione civile di responsabiltà; l’ultimo dei medici legali interpellati, confortato dalla valutazione dell’endocrinologo:
    • anzitutto, ha censurato la decisione (più o meno consapevole) dei sanitari di non intraprendere immediatamente una terapia antibiotica empirica, la quale – forse – non sarebbe stata comunque sufficiente ad arrestare la progressione del quadro, ma ne avrebbe probabilmente rallentato l’evoluzione sino all’esito letale;
    • inoltre, ha messo in luce la sottovalutazione di una severa iposodiemia – o iponatriemia – pur emersa dai ripetuti esami del sangue (quadro clinico potenzialmente anche mortale, se non trattato);
    • infine, ha stigmatizzato, la diagnosi di pielonefrite, con la quale era stato disposto il ricovero nel reparto di medicina, in quanto non supportata da idonei dati clinici.

 

Il caso, dunque, si presentava assai delicato. Il profilo della colpevolezza era contestato e non c’era univocità di vedute sulla sussistenza di effettive carenze assistenziali imputabili alla Struttura Sanitaria del riminese. La stessa causalità era labile e, di conseguenza, vi era il rischio concreto di vedersi negato – in sede giudiziale – il risarcimento dei danni, per mancata dimostrazione del nesso eziologico tra l’operato dei medici e la morte del paziente.

 

La trattativa stragiudiziale gestita dall’Avvocato con l’Azienda Sanitaria per la risoluzione del caso di malasanità a Rimini ed il risarcimento concordato

Alla luce di tali (contrastanti) valutazioni, l’Avvocato Gabriele Chiarini ha intrapreso una trattativa con l’Azienda Sanitaria, operante in regime di cd. “autoassicurazione” (rectius: autoritenzione del rischio). L’approccio è stato, inizialmente, finalizzato ad acquisire ulteriori informazioni sulla vicenda clinica e sulla percezione avversaria circa le criticità della relativa questione sotto il profilo giuridico e risarcitorio. In tale ottica è stato esperito, preliminarmente ed in alternativa al procedimento di cui all’art. 696 bis c.p.c. (spesso, ma non sempre, preferibile), un procedimento di mediazione davanti ad un Organismo di Rimini regolarmente accreditato presso il Ministero della Giustizia.

In tale sede, è stato possibile sondare l’impostazione dell’Ufficio Legale della Struttura ed instaurare una costruttiva dialettica al fine di renderlo sensibile alle principali tematiche favorevoli ai congiunti della vittima. In estrema sintesi, questi i principali profili, evidenziati dall’Avv. Chiarini, su cui si è fatto leva per sollecitare una definizione transattiva della vertenza:

  • la diagnosi ufficiale di morte per “shock settico” non risultava supportata da nessuna indagine clinica e/o di laboratorio;
  • tale lacuna, sotto il profilo processuale, sarebbe dovuta ridondare a carico dell’Azienda Ospedaliera, in conformità alla regola generale della “vicinanza della prova” (cfr., di recente, Cass. III, 08/11/2016, n. 22639, in tema di incompletezza della cartella clinica);
  • d’altronde, applicando il consolidato (e ormai sancito per legge) orientamento secondo il quale la responsabilità medica si inquadra nell’ambito contrattuale, gli oneri probatori vanno suddivisi tra le parti tenendo presente che spetta al medico provare la propria incolpevolezza, e non al paziente provare la colpa;
  • sotto questo profilo, la famiglia della vittima avrebbe potuto allegare (id est: affermare) la sussistenza di carenze astrattamente idonee a provocare – o quantomeno concausare – il danno, cioè a dire:
    • la mancata adozione di terapia antibiotica pur empirica,
    • la sottovalutazione del quadro di iponatriemia,
    • l’erroneità della diagnosi di pielonefrite;
  • pertanto, il rischio giudiziario di una condanna risarcitoria per l’Azienda Sanitaria non poteva essere radicalmente escluso, almeno in termini di perdita di chances di sopravvivenza.

 

La controversia, dunque,  è stata definita mediante atto di transazione stragiudiziale (visionabile in calce), che ha previsto la liquidazione di un importo complessivo di euro 300.000,00 a titolo di risarcimento del danno in favore dei congiunti del paziente deceduto. Tale soluzione è risultata decisamente conveniente per l’interesse della famiglia, considerate le criticità della vicenda in questione ed i pareri negativi espressi da alcuni fra i consulenti (per vero, la maggioranza) in ordine tanto al profilo della colpa quanto – e soprattutto – a quello del nesso causale.

La liquidazione concordata in termini di perdita di chances, peraltro, si è rivelata superiore alla media liquidata dalla limitrofa giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Reggio Emilia, sez. II, 23/02/2014, n. 338, che ha liquidato equitativamente ad un genitore l’importo di euro 60.000,00 per la perdita di chances di sopravvivenza del figlio 47enne).

I tempi di gestione dell’intera vertenza (dalla ricezione della documentazione clinica alla liquidazione del risarcimento) sono stati di circa 24 mesi.

 

 

Le 5 regole per scegliere un avvocato esperto di malasanità

Bene, è arrivato il momento di riassumere – anche alla luce della vicenda concreta descritta poc’anzi – quali siano i criteri da tenere presenti al fine di scegliere il proprio avvocato in materia di responsabilità medico-sanitaria.

Le riflessioni che seguono consentiranno altresì, indirettamente, di delineare le corrette modalità di gestione di un sinistro in questo settore.

Pronti? Ecco allora le linee guida da seguire quando si tratta di individuare il proprio avvocato per malasanità.

 

Regola n. 1 – Valuta il curriculum dell’avvocato per verificare se è effettivamente competente in tema di malasanità

Quando ci si affida ad un professionista, è lecito attendersi che questi sia competente nella materia oggetto dell’incarico. Questo significa, innanzi tutto, che l’avvocato deve essere un esperto di diritto civile, perché un penalista o – figuriamoci – un amministrativista non possono ragionevolmente occuparsi di risarcimento danni da malasanità.

Più specificamente, la competenza di un professionista si valuta sulla base del curriculum. Può essere utile, allora, verificare quali studi abbia compiuto l’avvocato, come abbia perfezionato la sua preparazione, quali specializzazioni abbia ottenuto, e quali valutazioni abbia conseguito nel suo percorso (poiché è verosimile attendersi risultati di analogo tenore dall’esercizio della sua attività professionale).

In materia di responsabilità sanitaria, poi, la competenza include la capacità di ricostruire il fatto storico, di valutarne i profili giuridici, di formulare i giusti quesiti ai consulenti (medici legali e specialisti), di stimolarli e coordinarli nella ricerca della soluzione più appropriata, di cooperare nella ricerca del materiale bibliografico e della letteratura scientifica, di interloquire adeguatamente con le controparti in sede stragiudiziale, di valutare se, come e quando passare all’azione giudiziale, e – in linea generale – di individuare la migliore strategia difensiva nell’interesse del Cliente. Sono attitudini composite e trasversali, che tuttavia non possono mancare per gestire correttamente un caso di malasanità, specialmente quelli più complicati.

 

Regola n. 2 – Giudica l’esperienza dell’avvocato sulla base dei risultati che ha conseguito e dei casi di malasanità che ha risolto

Ciascuno di noi desidera, quando si rivolge a un prestatore d’opera intellettuale, che questi abbia una certa esperienza nella questione demandatagli e che non intenda far pratica “sulla pelle” del cliente. Così, per la gestione di un caso di malasanità, è imprescindibile trovare un avvocato esperto in responsabilità medica, che abbia quindi reale familiarità col tema.

Un professionista esperto ha esercitato sufficientemente nella materia da aver acquisito una serie di cognizioni pratiche e capacità concrete non rintracciabili nell’avvocato neofita, seppur preparatissimo sotto il profilo teorico. Ma come si valuta l’esperienza? In mancanza di listini o mercuriali affidabili, un avvocato esperto si giudica dai risultati ottenuti sul campo.

 

Regola n. 3 – Scegli l’avvocato per la sua specializzazione nella materia, non per la collocazione geografica del suo ufficio

Quando hai trovato un avvocato competente ed esperto, il luogo da cui esercita la professione è davvero poco rilevante. Le moderne tecnologie e le attuali modalità – prevalentemente telematiche – di gestione del contenzioso (giudiziale e stragiudiziale) azzerano sostanzialmente le distanze e rendono indifferente la collocazione geografica dello studio legale, purché sia specializzato in malasanità.

Al contrario, in talune circostanze, può rivelarsi proprio consigliabile rivolgersi ad un professionista avente sede non prossima al luogo di verificazione dell’evento, per evitare il rischio di incompatibilità, conflitti di interesse più o meno latenti, e – in linea generale – possibili situazioni di “inquinamento ambientale”.

 

Regola n. 4 – Scegli un professionista equilibrato e non ti fidare di chi ostenta facili soluzioni

Un caso di responsabilità medico-sanitaria è sempre un evento doloroso, talvolta un lutto. Anche per questo motivo, per affrontare – professionalmente – una vicenda di malasanità ci vuole continenza (intesa come moderazione, dominio di sé, e non in senso processuale!), oltre che coscienziosità.

Se l’avvocato che hai consultato non ha alcuna esitazione ad accettare l’incarico e, prima ancora di aver “studiato le carte”, promette facili soluzioni o risultati mirabolanti, allora è opportuno diffidare. Un professionista serio sa che non esistono risultati immediati o percorsi abbreviati: ogni caso di malasanità va ponderato attentamente, valutato criticamente, e poi gestito con scrupolo e dedizione. Solo all’esito possono arrivare le soddisfazioni, perché – come diceva Goethe – “le cose migliori si ottengono solo con il massimo dell’impegno“.

 

Regola n. 5 – Lasciati guidare dalla ragione, ma anche dall’intuito

Infine, dopo aver considerato – razionalmente – tutte le variabili e aver compreso che il professionista ha le carte in regola, non trascurare le indicazioni del tuo “sesto senso“.

Il rapporto avvocato-cliente deve fondarsi su una estrema fiducia (reciproca): se il cliente non ha fiducia nell’avvocato non sarà disposto a trasmettergli le informazioni necessarie per un efficace svolgimento del mandato, se l’avvocato non si fida del cliente non sarà propenso a spendersi per la sua causa.

Premesso, allora, che il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è dargli fiducia (come scriveva Hemingway), scegli il tuo avvocato anche per l’empatia che ti ispira, per la sintonia che si crea in termini di condivisione dei valori, dei metodi e degli obiettivi. Sempre, però, nel rispetto dei reciproci ruoli!

 

 

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Gabriele Chiarini
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Nell'esercizio della professione si occupa prevalentemente di diritto civile e commerciale, con speciale riferimento alla malpractice medico-sanitaria, alla responsabilità per fatto illecito, alla consulenza d'impresa e al diritto dei contratti. Ha maturato particolare esperienza, conseguendo importanti risultati tanto in sede giudiziale quanto in sede stragiudiziale, nel settore degli appalti privati e nel campo della responsabilità della struttura ospedaliera per colpa dei sanitari e per difetto di organizzazione. Curriculum



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