Infezione protesi aortica

Infezione della protesi aorta addominale: malasanità e risarcimento di € 382.000

Ultimo Aggiornamento 31 Dicembre 2025

L’infezione della protesi aorta addominale è una delle complicanze più gravi che possono insorgere dopo un intervento di chirurgia vascolare. Quando questa infezione protesica deriva da errori sanitari – come la mancata profilassi antibiotica, l’omessa consulenza infettivologica o il ritardo diagnostico – si configura un caso di malasanità con diritto al risarcimento del danno.

L’avv. Claudia Chiarini ha ottenuto un risarcimento di €382.000 (comprensivo di interessi, rivalutazione e spese di lite) per i familiari di Francesco (nome di fantasia per tutelare la privacy della famiglia), un paziente di 70 anni deceduto dopo aver contratto un’infezione da Staphylococcus epidermidis a seguito di un intervento di endoprotesi aorto-bisiliaca eseguito in modo scorretto. Il caso è stato risolto in via stragiudiziale.

In questa vicenda clinica sono presenti tutti i profili di responsabilità: imprudenza, imperizia e negligenza. L’errore sanitario si sarebbe potuto evitare con una cartella clinica funzionante, una prassi medica collaborativa e, soprattutto, con la richiesta di una consulenza infettivologica, oggi indispensabile per qualsiasi intervento chirurgico ad alto rischio infettivo come quelli protesici.

§ 1. Cos’è l’infezione della protesi aortica endovascolare

L’infezione della protesi aortica è una complicanza rara ma estremamente grave che può insorgere dopo un intervento di riparazione dell’aneurisma dell’aorta addominale, sia con tecnica tradizionale (OAR – Open Aortic Repair) sia con procedura endovascolare (EVAR – Endovascular Aneurysm Repair).

Secondo la letteratura scientifica, l’incidenza varia dallo 0,05% al 4%. La mortalità è elevata: uno studio dell’Università di Parma riporta un tasso del 40% a 4 mesi, che sale al 66,6% in presenza di fistola protesico-duodenale.

Le infezioni si distinguono in:

  • Precoci (circa il 30%): insorgono entro 3/4 mesi e hanno un decorso rapido e aggressivo;
  • Tardive (circa il 70%): si manifestano a distanza di mesi, anche oltre un anno dall’intervento, e presentano un’evoluzione lenta e subdola.

§ 1.1 I batteri responsabili

I microrganismi coinvolti appartengono spesso alla flora cutanea o intestinale. Lo Staphylococcus aureus è il principale responsabile delle forme gravi.

Nel caso trattato dallo Studio, è stato isolato uno Staphylococcus epidermidis coagulasi-negativo, batterio insidioso capace di penetrare la parete della protesi e restare latente a lungo. Produce una sostanza mucoide extracellulare che lo protegge sia dagli antibiotici che dal sistema immunitario, rendendo necessario un trattamento mirato e tempestivo, che tuttavia nel caso di Francesco non fu mai attuato.

Le infezioni correlate all’assistenza  rappresentano eventi spesso prevedibili e, nella maggior parte dei casi, evitabili mediante protocolli corretti di profilassi e monitoraggio.

§ 2. Cause e fattori di rischio dell’infezione protesica vascolare

L’infezione della protesi aortica ha un’origine multifattoriale. Secondo lo Scientific Statement dell’American Heart Association, la causa più frequente è la contaminazione batterica dello spazio periprotesico durante l’intervento o nelle fasi immediatamente successive.

Tale contaminazione può derivare dalla violazione delle tecniche di asepsi, dalla presenza di infezioni preesistenti o da batteriemie transitorie. Il rischio di infezione ematogena è massimo nei primi due mesi e si riduce progressivamente con l’endotelizzazione della protesi. Anche procedure invasive successive (gastrointestinali, urologiche, dentali) possono facilitare la colonizzazione batterica.

Le infezioni tardive, che insorgono mesi o anni dopo, derivano per lo più dalla diffusione ematogena di batteri da focolai remoti, dalla traslocazione batterica intestinale o da contaminazioni iatrogene durante follow-up endovascolari.

§ 2.1 Fattori legati al paziente

Alcune condizioni cliniche aumentano la suscettibilità all’infezione. Uno studio pubblicato su PubMed Central condotto su 43 pazienti con infezione di protesi aortica ha identificato tra i fattori di rischio più frequenti: 

  • ipertensione (72% dei casi),
  • fumo (58%),
  • diabete mellito (39%),
  • broncopneumopatia cronica ostruttiva (25%),
  • ipoproteinemia (23%),
  • insufficienza renale cronica (11%).

L’immunodepressione compromette la capacità di contrastare l’infezione protesica. Anche obesità, malnutrizione e uremia sono fattori predisponenti ben documentati.

§ 2.2 Fattori legati alla procedura chirurgica

Le procedure in emergenza comportano un rischio infettivo maggiore rispetto a quelle programmate. Anche eventuali reinterventi precoci per trombosi o sanguinamento espongono la protesi a nuova contaminazione.

La sede anatomica dell’intervento è un ulteriore elemento critico: i bypass aortofemorali, che coinvolgono la regione inguinale, hanno un tasso infettivo superiore rispetto ai bypass aortoiliaci, data la maggiore esposizione a contaminazione e complicanze della ferita.

Nel caso trattato, diversi fattori di rischio avrebbero dovuto indurre maggiore prudenza: l’età avanzata del paziente, la presenza di formazioni linfonodali vescicali e, soprattutto, l’assenza di una profilassi antibiotica mirata prima e dopo l’intervento di endoprotesi aorto-bisiliaca.

Hai sviluppato un’infezione della protesi aorta addominale dopo un intervento EVAR?

L’infezione protesica aortica è una complicanza grave ma spesso prevenibile. Errori come mancata profilassi antibiotica, ritardo diagnostico o assenza di consulenza infettivologica possono configurare malasanità e diritto al risarcimento. Una valutazione medico-legale qualificata può fare la differenza.

§ 3. Sintomi dell’infezione della protesi aorta addominale

Il riconoscimento tempestivo dei segni di infezione protesica rappresenta una delle principali difficoltà cliniche. Le manifestazioni variano in base alla localizzazione, al tempo trascorso dall’intervento e alla virulenza del batterio.

Le infezioni intra-addominali, a differenza di quelle inguinali, possono non presentare segni evidenti all’esame obiettivo. I sintomi più comuni includono dolore addominale, febbre, leucocitosi, calo ponderale e peggioramento delle condizioni generali. Nei casi più gravi si sviluppa un quadro di sepsi.

§ 3.1 Differenza tra infezioni precoci e tardive

Il quadro clinico cambia a seconda del momento di insorgenza:

  • Le infezioni precoci, che compaiono entro i primi quattro mesi, presentano sintomi acuti: febbre alta, brividi, leucocitosi marcata e tossicità sistemica. In particolare, quelle causate da Staphylococcus aureus tendono a un decorso rapido e aggressivo.
  • Le infezioni tardive, invece, hanno un’evoluzione più lenta. La febbre può essere assente o intermittente; prevalgono sintomi aspecifici come astenia, perdita di peso, anoressia e malessere generale. Questa presentazione subdola contribuisce spesso al ritardo diagnostico.

Nel caso di Francesco, l’infezione da Staphylococcus epidermidis ha seguito il decorso tipico di una forma tardiva a bassa virulenza. Il malessere persistente e la febbre ricorrente avrebbero dovuto indurre i sanitari ad approfondire il quadro con emocolture e angio-TAC, come peraltro richiesto dalla famiglia.

§ 3.2 La sindrome post-impianto: un’insidia diagnostica

Una difficoltà ulteriore è rappresentata dalla cosiddetta sindrome post-impianto, che insorge tipicamente entro 48 ore dall’inserimento della protesi. È caratterizzata da febbre e aumento degli indici infiammatori (leucociti e proteina C-reattiva) ed è solitamente benigna e autolimitante.

Tuttavia, se la febbre e gli indici di flogosi persistono oltre 48-72 ore, va sospettata un’infezione batterica. In questi casi, il dosaggio della procalcitonina può essere utile per distinguere le due condizioni.

§ 3.3 Complicanze: la fistola aorto-enterica

La complicanza più temibile è la fistola aorto-enterica, una comunicazione anomala tra la protesi e il tratto gastrointestinale, in genere il duodeno. Si manifesta con emorragie digestive massive – come ematemesi o rettorragia – e può rapidamente evolvere in shock emorragico.

§ 4. Il caso di Francesco: cronologia degli errori medici

Francesco è un uomo di 70 anni in buona salute, con un fisico prestante. Nel 2015, una TAC evidenzia un aneurisma iliaco e la presenza di formazioni linfonodali alla vescica. Viene quindi sottoposto a un intervento di endoprotesi aortica bisiliaca presso un ospedale del Centro Italia.

§ 4.1 L’intervento e la formazione dell’endoleak

L’intervento viene eseguito in modo scorretto. Si forma un endoleak, ovvero una persistenza di flusso ematico all’interno del sacco aneurismatico nonostante la presenza della protesi. Questa complicanza, se non riconosciuta e trattata, espone il paziente al rischio di rottura dell’aneurisma e favorisce la colonizzazione batterica della protesi.

Nei giorni successivi Francesco inizia a sentirsi male. I sanitari attribuiscono i sintomi alla cosiddetta “sindrome post-EVAR”, la risposta infiammatoria che può insorgere dopo la riparazione endovascolare di un aneurisma aortico. Una diagnosi che, come vedremo, avrebbe dovuto indurre maggiore prudenza e non minore attenzione.

§ 4.2 Le richieste ignorate dei familiari

I familiari di Francesco, preoccupati per il perdurare dei sintomi, chiedono espressamente che vengano eseguite colture ematiche e un’angio-TAC con risonanza magnetica per ottenere un quadro clinico più preciso. Richieste legittime e appropriate, che avrebbero potuto portare alla diagnosi precoce dell’infezione.

L’équipe vascolare, invece, si limita a somministrare massicce dosi di steroidi. Una scelta terapeutica che, in presenza di un’infezione misconosciuta, risulta non solo inutile ma potenzialmente dannosa: gli steroidi deprimono le difese immunitarie e possono favorire la proliferazione batterica.

§ 4.3 L’errore capitale: nessuna profilassi antibiotica

L’aspetto più grave della gestione del caso riguarda la totale assenza di profilassi antibiotica, né prima né dopo l’intervento. Le linee guida internazionali raccomandano la somministrazione di antibiotici preventivi in tutti gli interventi di chirurgia protesica vascolare, proprio per ridurre il rischio di colonizzazione batterica dell’impianto.

Questa omissione ha creato le condizioni ideali per lo sviluppo dell’infezione da Staphylococcus epidermidis, un batterio opportunista che, come abbiamo visto, è in grado di aderire alle superfici protesiche e di sfuggire alle difese immunitarie dell’ospite.

§ 4.4 La mancata consulenza infettivologica

Quando i sintomi si sono protratti e aggravati, sarebbe stato doveroso richiedere una consulenza infettivologica. L’apporto dello specialista in malattie infettive avrebbe consentito di impostare una corretta diagnostica microbiologica (emocolture seriate, eventuale antibiogramma) e una terapia antibiotica mirata.

Questa consulenza non è mai stata richiesta. Un’omissione che, nel contesto attuale di crescente antibiotico-resistenza e di infezioni correlate all’assistenza sempre più difficili da trattare, appare particolarmente grave.

§ 4.5 Il calvario successivo

Da quel momento inizia per Francesco e la sua famiglia un calvario fatto di decine di esami, interventi e re-interventi, con continui trasferimenti da una struttura all’altra nel tentativo di curare l’infezione ormai conclamata. A complicare ulteriormente il quadro, il carcinoma vescicale segnalato fin dalla prima TAC non viene gestito in modo risolutivo.

La comunicazione tra i sanitari e la famiglia risulta, secondo le parole della figlia, gravemente carente. Una cartella clinica elettronica non funzionante e la mancanza di coordinamento tra i diversi specialisti coinvolti hanno reso ancora più difficile la gestione di una situazione già critica.

§ 4.6 L’esito e il riconoscimento della responsabilità

Francesco è deceduto al termine di questo lungo percorso. I familiari, assistiti dall’avvocato Claudia Chiarini, hanno ottenuto in via stragiudiziale un risarcimento di 382.000 euro (comprensivo di interessi, rivalutazione e spese di lite).

La perizia medico-legale ha accertato la presenza di tutti i profili di responsabilità: 

  • imprudenza nella somministrazione di steroidi senza escludere un’infezione,
  • imperizia nell’esecuzione dell’intervento con formazione di endoleak,
  • negligenza nell’omettere la profilassi antibiotica e la consulenza infettivologica.

Intervento EVAR e infezione della protesi aorta addominale: conosci davvero i rischi e i risultati clinici?

Le protesi endovascolari per aneurisma dell’aorta addominale richiedono valutazioni basate su efficacia, sicurezza e costo-efficacia. Scarica il report di AGE.NA.S. per approfondire dati ufficiali su EVAR, complicanze infettive e appropriatezza delle scelte cliniche.

§ 5. Quando l’infezione della protesi configura malasanità

L’infezione di una protesi aortica non costituisce automaticamente un caso di malasanità. Si tratta di una complicanza nota della chirurgia vascolare, il cui rischio, come abbiamo visto, oscilla tra lo 0,5% e il 6% a seconda del tipo di intervento e delle condizioni del paziente. Il passaggio da complicanza a responsabilità medica dipende dalla valutazione di specifici elementi che attengono alla condotta dei sanitari.

§ 5.1 Complicanza prevedibile e prevenibile

Il criterio fondamentale è quello della prevedibilità e prevenibilità dell’evento avverso. Un’infezione protesica che si sviluppa nonostante il rispetto di tutti i protocolli preventivi può rientrare nel rischio accettato dal paziente con la firma del consenso informato. Al contrario, quando l’infezione deriva dalla violazione delle linee guida o dall’omissione di misure preventive consolidate, si configura una responsabilità professionale.

Nel caso di Francesco, l’assenza di profilassi antibiotica prima e dopo l’intervento ha violato uno standard di cura universalmente riconosciuto.

§ 5.2 Il ritardo diagnostico come autonomo profilo di colpa

Anche quando l’infezione rappresenta una complicanza in senso stretto, la sua mancata o ritardata diagnosi può configurare un autonomo profilo di responsabilità. I sanitari hanno l’obbligo di riconoscere tempestivamente i segni di infezione e di intraprendere le indagini necessarie per confermarla o escluderla.

La giurisprudenza ha più volte affermato che il ritardo diagnostico, quando determina un aggravamento delle condizioni del paziente o la perdita di chance terapeutiche, costituisce fonte di responsabilità risarcitoria. Nel caso in esame, le richieste dei familiari di eseguire emocolture e angio-TAC sono state ignorate per settimane, permettendo all’infezione di progredire indisturbata.

§ 5.3 L’onere della prova nella responsabilità sanitaria

La Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017) ha ridefinito la distribuzione dell’onere probatorio nei giudizi di responsabilità medica. La struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale: spetta a essa dimostrare di aver adempiuto correttamente alle proprie obbligazioni o che l’inadempimento è dipeso da causa non imputabile.

Il paziente deve provare il rapporto con la struttura, l’insorgenza del danno e il nesso causale tra la condotta sanitaria e il pregiudizio subito. In materia di infezioni protesiche, la prova del nesso causale si fonda generalmente sulla dimostrazione che:

  • le misure preventive non sono state adottate o sono state adottate in modo inadeguato,
  • una diagnosi tempestiva avrebbe consentito un trattamento efficace,
  • il ritardo o l’omissione hanno determinato l’aggravamento del quadro clinico.

§ 6. Come abbiamo ottenuto il risarcimento di €382.000

Nel caso di Francesco, lo Studio Legale Chiarini ha adottato un approccio multidisciplinare, affiancando all’analisi legale una valutazione medico-legale approfondita. La documentazione sanitaria è stata attentamente ricostruita nonostante le carenze riscontrate, consentendo di individuare omissioni rilevanti: assenza di profilassi antibiotica, mancata esecuzione degli esami richiesti e mancata consulenza infettivologica.

La perizia specialistica ha accertato il nesso causale tra queste omissioni e il decesso, evidenziando che un intervento tempestivo avrebbe potuto evitare l’esito fatale. Ciò ha permesso di avviare una trattativa stragiudiziale con la struttura sanitaria, con esito positivo in tempi rapidi.

§ 6.1 Le voci di danno risarcite

Il risarcimento di €382.000 (comprensivo di interessi, rivalutazione monetaria e spese legali) comprende le seguenti voci di danno:

  • Danno da perdita del rapporto parentale: il pregiudizio non patrimoniale subito dai familiari per la definitiva perdita del legame affettivo con Francesco. La quantificazione ha tenuto conto dell’intensità del rapporto, della convivenza e dell’età dei congiunti al momento del decesso.
  • Danno biologico terminale: il pregiudizio all’integrità psicofisica patito da Francesco nel periodo intercorso tra l’aggravamento delle sue condizioni e il decesso, durante il quale ha subito sofferenze fisiche e numerosi interventi.
  • Danno morale catastrofale: la sofferenza interiore derivante dalla consapevolezza della propria condizione e della progressiva perdita di autonomia e qualità della vita.
  • Danno patrimoniale: le spese mediche sostenute dalla famiglia, i costi di assistenza e trasporto, le perdite economiche connesse alla gestione della malattia.

Infezione della protesi aorta addominale dopo intervento EVAR

In questo caso di malasanità per infezione protesica aortica è stato ottenuto un risarcimento di 382.000 euro in sede stragiudiziale. Scarica l’atto di transazione per comprendere come omissioni cliniche e ritardo diagnostico abbiano fondato la responsabilità sanitaria e il riconoscimento del danno.

Hai subito un’infezione dopo intervento EVAR?

Se tu o un tuo familiare avete sviluppato un’infezione della protesi aortica dopo un intervento endovascolare, è importante verificare se sussistono i presupposti per un’azione risarcitoria.

Lo Studio Legale Chiarini, con il supporto di consulenti medico-legali esperti in chirurgia vascolare, può analizzare la documentazione clinica e valutare il tuo caso.

L’arte della guarigione viene dalla natura, non dal medico; pertanto il medico deve iniziare dalla natura con mente aperta.

Teofrasto Bombasto Von Hehenheim, detto “Paracelso