Ultimo Aggiornamento 12 Ottobre 2026
La legge Gelli-Bianco ha modificato le regole della responsabilità penale e civile in ambito sanitario, intervenendo su questioni decisive: quando il professionista risponde di un errore, che cosa deve dimostrare il paziente per ottenere un risarcimento e in quali casi la struttura può recuperare dal sanitario le somme pagate.
Dopo avere esaminato le disposizioni sulla sicurezza delle cure, sulla trasparenza e sulle linee guida, affrontiamo qui il cuore della riforma: la responsabilità delle strutture e degli operatori sanitari, la liquidazione del danno e le azioni comunemente riunite sotto l’etichetta della “rivalsa”.
Il quadro, nel frattempo, si è arricchito di interventi della giurisprudenza e di nuove disposizioni. Alcuni hanno chiarito le ambiguità iniziali; altri, dobbiamo dire, ne hanno aggiunte.
INDICE SOMMARIO
§ 1. La responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria
L’articolo 6 della legge 24/2017 ha introdotto nel codice penale l’articolo 590-sexies, dedicato alla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario.
La disposizione prevede una causa di non punibilità quando l’evento sia dovuto a imperizia e siano state rispettate le raccomandazioni delle linee guida previste dalla legge oppure, in loro mancanza, le buone pratiche clinico-assistenziali, purché adeguate alle particolarità del caso concreto.
La formulazione ha suscitato perplessità fin dall’inizio. Affermare che il sanitario non risponde per imperizia quando si è comportato secondo le regole della perizia rischia, infatti, di apparire un non senso, logico prima ancora che giuridico. Per attribuire alla norma un significato concretamente utilizzabile è stato necessario l’intervento della Cassazione.
§ 1.1 Quando opera la non punibilità prevista dall’articolo 590-sexies
Le Sezioni Unite penali, con la sentenza n. 8770 del 22 febbraio 2018, nota come sentenza Mariotti, hanno individuato uno spazio applicativo circoscritto: l’errore dovuto a imperizia lieve nella fase esecutiva di raccomandazioni o buone pratiche correttamente individuate e adeguate al caso concreto.
La protezione non opera, invece, quando l’evento derivi:
- da negligenza o imprudenza;
- da imperizia in un caso non regolato da linee guida o buone pratiche pertinenti;
- dalla scelta di raccomandazioni inadeguate alle condizioni del paziente;
- da imperizia grave nell’esecuzione di raccomandazioni o buone pratiche appropriate.
È questa la lettura dell’articolo 590-sexies ricostruita nella rassegna ufficiale della giurisprudenza penale della Cassazione.
Il rispetto delle linee guida, dunque, non costituisce un lasciapassare. Il professionista deve anzitutto verificare che siano adatte alla persona che sta curando: la singolarità del paziente viene prima dell’applicazione meccanica di una raccomandazione.
Neppure si può dare per scontato che la legge Gelli abbia introdotto una disciplina sempre più favorevole al sanitario. La precedente disposizione della legge Balduzzi poteva offrire una protezione più ampia in determinate ipotesi di colpa lieve. Per i fatti anteriori alla riforma occorre quindi confrontare le discipline secondo le regole sulla successione delle leggi penali nel tempo. La legge Gelli ha abrogato l’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 158/2012, non l’intero decreto.
§ 1.2 La disciplina temporanea per la grave carenza di personale
Accanto all’articolo 590-sexies opera una previsione distinta, che riguarda i fatti di omicidio colposo e lesioni colpose commessi nell’esercizio di una professione sanitaria fino al 31 dicembre 2026, in situazioni di grave carenza di personale sanitario.
In queste circostanze la punibilità è limitata ai casi di colpa grave. La disposizione è contenuta nell’articolo 4, commi 8-septies e 8-octies, del decreto-legge 215/2023, convertito dalla legge 18/2024; la scadenza è stata prorogata dall’articolo 5, comma 3, lettera b), del decreto-legge 200/2025, convertito dalla legge 26/2026. Il testo coordinato è consultabile nella Gazzetta Ufficiale del 14 marzo 2026.
La valutazione della gravità della colpa deve tenere conto anche delle condizioni di lavoro, delle risorse disponibili, del contesto organizzativo e dell’esperienza del personale impiegato. Si riconosce così, almeno sul piano normativo, che le responsabilità individuali non possono essere giudicate ignorando le condizioni nelle quali le cure vengono erogate.
La previsione riguarda però situazioni specifiche: non introduce un’esenzione generalizzata dalla responsabilità penale per ogni attività sanitaria.
§ 2. La responsabilità civile: il “doppio binario” per strutture e sanitari
Sul versante civile, l’articolo 7 della legge Gelli-Bianco distingue la posizione della struttura da quella del professionista.
La struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, risponde a titolo contrattuale, secondo gli articoli 1218 e 1228 del codice civile. Risponde anche delle condotte dolose o colpose degli esercenti la professione sanitaria dei quali si avvale, pur quando siano stati scelti dal paziente e non siano suoi dipendenti.
Il sanitario risponde invece, di regola, a titolo extracontrattuale, ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile. Fa eccezione il caso in cui abbia assunto direttamente un’obbligazione contrattuale nei confronti del paziente: in questa ipotesi anche la sua responsabilità è contrattuale.
La distinzione non dipende, quindi, dalla semplice scelta del medico da parte del paziente. Ciò che conta è l’esistenza di un rapporto contrattuale diretto dal quale derivi l’obbligo di eseguire la prestazione.
§ 2.1 Che cosa cambia per il paziente
Il diverso titolo di responsabilità incide soprattutto sulla prescrizione e sulla distribuzione dell’onere della prova.
| Profilo | Struttura sanitaria | Sanitario senza obbligazione contrattuale diretta | Sanitario con obbligazione contrattuale diretta |
|---|---|---|---|
| Natura della responsabilità | Contrattuale | Extracontrattuale | Contrattuale |
| Riferimento principale | Articoli 1218 e 1228 c.c. | Articolo 2043 c.c. | Articolo 1218 c.c. |
| Prescrizione ordinaria | Dieci anni | Cinque anni | Dieci anni |
| Prova a carico del paziente | Rapporto di cura, danno e nesso causale; allegazione dell’inadempimento rilevante | Condotta colposa o dolosa, danno e nesso causale | Rapporto contrattuale, danno e nesso causale; allegazione dell’inadempimento rilevante |
I termini indicati sono quelli ordinari. La loro decorrenza richiede una valutazione concreta e non coincide necessariamente con la data del trattamento: assume rilievo il momento in cui il danno e la sua possibile origine sanitaria siano divenuti riconoscibili con l’ordinaria diligenza.
Inoltre, quando il fatto costituisce reato, può trovare applicazione il termine più lungo previsto dall’articolo 2947, terzo comma, del codice civile.
§ 2.2 L’onere della prova e il nesso causale
La responsabilità contrattuale agevola la posizione del paziente, ma non lo esonera dal dimostrare il collegamento tra la prestazione sanitaria e il danno lamentato.
Come chiarito dalla Cassazione n. 28991/2019, il paziente deve provare, anche attraverso presunzioni, che l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di una nuova malattia dipendano dalla condotta sanitaria. Assolto questo onere, spetta al debitore dimostrare l’esatto adempimento oppure la causa non imputabile che lo abbia impedito. La pronuncia è illustrata nella rassegna ufficiale della Cassazione del novembre 2019.
Un esito sfavorevole, da solo, non dimostra dunque un errore risarcibile. Occorre ricostruire il nesso di causalità nella responsabilità medico-sanitaria, distinguendo le conseguenze della malattia da quelle attribuibili a una prestazione inadeguata.
Anche il criterio di accertamento differisce tra sede civile e penale: nel giudizio risarcitorio opera il criterio del “più probabile che non”, mentre una condanna penale richiede la prova oltre ogni ragionevole dubbio.
Questa diversità aiuta a comprendere perché la tutela risarcitoria e l’accertamento di un reato seguano percorsi autonomi. In particolare, la non punibilità prevista dall’articolo 590-sexies non cancella, di per sé, l’eventuale obbligo di risarcire il danno.
§ 2.3 Quale disciplina si applica ai fatti precedenti alla legge Gelli
La nuova qualificazione della responsabilità del sanitario non si applica retroattivamente.
La Cassazione n. 28994/2019 ha chiarito che l’articolo 7, comma 3, della legge Gelli non modifica il regime dei fatti anteriori alla sua entrata in vigore, avvenuta il 1° aprile 2017. La disciplina applicabile dipende quindi dall’epoca dei fatti, non dalla data in cui viene iniziata o decisa la causa.
È uno dei chiarimenti contenuti nelle sentenze di San Martino bis sulla responsabilità sanitaria.
Per il paziente, l’azione nei confronti della struttura conserva spesso un rilievo centrale: permette di considerare sia l’attività dei professionisti sia le eventuali carenze organizzative dell’ospedale o della clinica. La scelta dei soggetti ai quali rivolgere la richiesta deve però seguire la ricostruzione della vicenda, evitando automatismi.
§ 3. Le regole sulla liquidazione del danno
L’articolo 7, comma 4, della legge Gelli-Bianco richiama, per la liquidazione del danno conseguente all’attività sanitaria, le tabelle previste dagli articoli 138 e 139 del Codice delle assicurazioni private.
Il rinvio non è neutro: porta nel settore sanitario criteri nati nell’ambito assicurativo, con conseguenze sull’entità dei risarcimenti.
Per le lesioni di lieve entità, con invalidità permanente dall’1% al 9%, trova applicazione l’articolo 139. I relativi valori sono generalmente più contenuti rispetto a quelli delle tabelle milanesi, secondo una scelta legislativa che può essere discussa sul piano della tutela del danneggiato.
Per le lesioni di non lieve entità, dal 10% al 100%, il quadro è cambiato con l’approvazione della Tabella unica nazionale — TUN, introdotta dal D.P.R. 13 gennaio 2025, n. 12, entrato in vigore il 5 marzo 2025.
§ 3.1 La Tabella unica nazionale e i fatti anteriori al 5 marzo 2025
Il regolamento prevede l’applicazione diretta della TUN ai sinistri successivi alla sua entrata in vigore. Per quelli precedenti è però intervenuta la Cassazione, con la sentenza n. 8630 del 7 aprile 2026, attribuendole un ruolo più ampio.
La TUN costituisce, secondo la Corte, un parametro privilegiato anche per la liquidazione equitativa del danno alla salute relativo a fatti anteriori. In questi casi non opera retroattivamente come norma: viene utilizzata come riferimento per l’esercizio del potere di valutazione equitativa del giudice.
L’impiego di criteri diversi richiede una motivazione puntuale, fondata sulle peculiarità della vicenda. Il principio è espresso nel testo della sentenza n. 8630/2026.
L’introduzione della Tabella unica nazionale incide concretamente sull’entità dei risarcimenti: per alcune fasce di invalidità, gli importi risultano inferiori a quelli riconosciuti dalle tabelle di Milano. Per il paziente danneggiato, uniformare i criteri di liquidazione può dunque significare ricevere un risarcimento più contenuto. Il risultato del confronto cambia però in relazione all’età, alla gravità della lesione e alle componenti del danno: la TUN non determina una riduzione generalizzata, ma neppure garantisce a tutti il mantenimento dei livelli risarcitori precedenti.
§ 3.2 Il risarcimento non si esaurisce nel valore tabellare
L’applicazione di una tabella non dispensa dall’esaminare le conseguenze effettive della lesione: limitazioni della vita quotidiana, sofferenza, esigenze assistenziali e ripercussioni sul lavoro.
Occorre distinguere il danno non patrimoniale alla salute dai danni patrimoniali, come le spese di cura e assistenza o la perdita di reddito, e dalle altre voci eventualmente spettanti. La TUN non disciplina, ad esempio, il danno dei familiari per la perdita del rapporto parentale.
Per un approfondimento sui criteri di quantificazione rinviamo alla pagina dedicata al calcolo del danno biologico da lesioni di non lieve entità.
Resta, inoltre, una delle disposizioni meno limpide della riforma: l’articolo 7, comma 3, impone al giudice di tenere conto, nella determinazione del risarcimento, della condotta del sanitario rispetto alle linee guida e all’articolo 590-sexies.
Il coordinamento tra questa previsione e la funzione riparatoria del risarcimento è tutt’altro che agevole. La non punibilità penale e la misura del danno civile rispondono ad istanze differenti: la prima non comporta automaticamente né l’esclusione del risarcimento né una sua riduzione predeterminata.
§ 4. Il regresso, la surrogazione e la responsabilità contabile
Dopo il risarcimento al paziente si apre una questione diversa: chi deve sopportarne definitivamente il costo nei rapporti tra struttura, sanitario e assicuratore?
L’articolo 9 della legge Gelli-Bianco disciplina questa materia ricorrendo alla parola “rivalsa”. È un’etichetta comoda, ma non particolarmente precisa, perché riunisce azioni differenti:
- il regresso, attraverso il quale chi ha pagato il debito comune chiede all’altro responsabile la quota di sua competenza;
- la surrogazione dell’assicuratore, che, nei presupposti e nei limiti previsti dalla legge, subentra nei diritti dell’assicurato verso il responsabile;
- l’azione di responsabilità amministrativa, esercitata dal pubblico ministero presso la Corte dei conti per il danno subito dalla struttura pubblica.
Distinguere questi strumenti serve a comprendere chi può agire, davanti a quale giudice e con quali limiti.
§ 4.1 Dolo o colpa grave: il pagamento della struttura non basta
L’articolo 9 limita la rivalsa nei confronti dell’esercente la professione sanitaria ai casi di dolo o colpa grave.
Il fatto che una struttura abbia pagato un risarcimento non dimostra, da solo, che il professionista debba rimborsarla. Occorre accertare la condotta a lui imputabile, il suo contributo causale e il grado della colpa, considerando anche il ruolo dell’organizzazione sanitaria.
Quando il professionista non abbia partecipato al giudizio o alla procedura stragiudiziale, la rivalsa civilistica può essere esercitata soltanto dopo il pagamento del risarcimento e, a pena di decadenza, entro un anno dal pagamento.
La legge prevede inoltre che la decisione pronunciata contro la struttura o l’assicuratore non faccia stato contro il sanitario rimasto estraneo al giudizio. La transazione conclusa con il paziente, a sua volta, non può essere opposta al professionista nel giudizio di rivalsa.
Sono garanzie comprensibili: il sanitario deve poter discutere i presupposti di una richiesta economica nei suoi confronti, senza trovarsi vincolato da decisioni o accordi ai quali non ha partecipato.
§ 4.2 Le comunicazioni al sanitario: il termine di 45 giorni
L’articolo 13 impone alla struttura e all’assicuratore precisi obblighi informativi.
L’instaurazione del giudizio promosso dal danneggiato deve essere comunicata al sanitario entro 45 giorni dalla ricezione della notifica, trasmettendo copia dell’atto introduttivo. Entro 45 giorni deve essere comunicato anche l’avvio delle trattative stragiudiziali, con l’invito a parteciparvi.
Il termine, originariamente di dieci giorni, è stato ampliato dall’articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 3.
L’omissione, la tardività o l’incompletezza delle comunicazioni precludono l’ammissibilità delle azioni di rivalsa o di responsabilità amministrativa previste dall’articolo 9. Non si tratta, dunque, di un adempimento meramente formale.
§ 4.3 I limiti economici nel settore privato e le eccezioni per i liberi professionisti
Per le ipotesi di colpa grave disciplinate dall’articolo 9, comma 6, la rivalsa della struttura privata e la surrogazione dell’assicuratore incontrano, per ciascun evento, un limite pari al triplo del maggiore reddito professionale, compresa la retribuzione lorda, conseguito dal sanitario nell’anno di inizio della condotta, in quello precedente o in quello successivo.
Il limite non si applica, però, ai professionisti indicati dall’articolo 10, comma 2. La disposizione comprende chi:
- esercita al di fuori delle strutture sanitarie e sociosanitarie;
- presta la propria opera al loro interno in regime libero-professionale;
- si avvale della struttura per adempiere un’obbligazione contrattuale assunta direttamente con il paziente.
Conta quindi il concreto assetto del rapporto professionale, non la sola presenza di una partita IVA.
Questi limiti riguardano il recupero delle somme nei confronti del sanitario. Non rappresentano un tetto al risarcimento spettante al paziente.
§ 4.4 La responsabilità amministrativa del sanitario pubblico
Quando il risarcimento è sostenuto da una struttura pubblica, l’articolo 9, comma 5, disciplina l’azione di responsabilità amministrativa esercitata dal pubblico ministero presso la Corte dei conti.
Per la colpa grave, la legge Gelli prevede anche qui un limite, per singolo evento, pari al triplo del maggiore importo della retribuzione lorda o del corrispettivo convenzionale percepito nell’anno di inizio della condotta, nell’anno precedente o in quello successivo. Nella quantificazione assumono rilievo anche le difficoltà organizzative della struttura.
Su questo assetto è intervenuta la legge 7 gennaio 2026, n. 1, che ha introdotto nella disciplina generale della responsabilità amministrativa, fuori dai casi di dolo o illecito arricchimento, un limite del 30% del danno accertato, comunque non superiore al doppio della retribuzione lorda annua individuata secondo i criteri della nuova disposizione.
L’applicazione di questi limiti ai sanitari è controversa. La Corte dei conti della Lombardia, con la sentenza n. 64/2026, ha sostenuto l’estensione della disciplina più favorevole; con la successiva sentenza n. 70/2026, la stessa Sezione ha invece affermato la prevalenza della disciplina speciale della legge Gelli.
La stratificazione delle norme, insomma, non ha prodotto quella chiarezza che sarebbe ragionevole attendersi in una materia tanto delicata. Per il sanitario pubblico, l’individuazione del limite concretamente applicabile richiede oggi di affrontare anche questo contrasto interpretativo.
§ 4.5 La ripartizione tra struttura e medico nel regime precedente alla riforma
Per le vicende anteriori alla legge Gelli, la Cassazione ha valorizzato il rischio organizzativo assunto dalla struttura sanitaria.
La sentenza n. 28987/2019 ha riconosciuto una presunzione di ripartizione paritaria nei rapporti interni tra struttura e medico, anche quando il danno derivi dalla condotta colposa del professionista. Per trasferire su quest’ultimo l’intero costo del risarcimento, la struttura deve dimostrare una condotta eccezionalmente grave, imprevedibile e del tutto estranea al programma ordinario di cura.
Questo orientamento, approfondito nell’analisi delle menzionate sentenze di San Martino bis, riguarda il regime precedente alla riforma. Le vicende soggette alla legge Gelli devono invece essere esaminate alla luce dei presupposti e dei limiti dell’articolo 9.
La questione esprime, comunque, un’esigenza che conserva tutta la sua importanza: l’organizzazione che eroga le cure deve assumersi il rischio della propria attività, senza trasformare ogni risarcimento in un conto da presentare automaticamente al singolo operatore.
Approfondimenti sulla legge Gelli-Bianco
Questa analisi è dedicata alla responsabilità penale e civile e ai rapporti tra struttura e sanitario. Gli altri aspetti della riforma sono approfonditi nelle pagine seguenti:
- Legge Gelli-Bianco: la guida generale
- Che cosa cambia con la legge Gelli
- Sicurezza delle cure, trasparenza e linee guida
- Assicurazione della struttura sanitaria e del medico
- Fondo di garanzia per i danni derivanti da responsabilità sanitaria
Un possibile errore sanitario ti ha causato un danno?
Il contributo è stato originariamente pubblicato su Diritto 24 – Il Sole 24 Ore nella sezione dedicata alla responsabilità professionale. Questa versione ne aggiorna i contenuti alla luce degli sviluppi normativi e giurisprudenziali.


