Ultimo Aggiornamento 5 Ottobre 2026
Il parto con ventosa può essere necessario nella fase finale del travaglio, quando il bambino è già disceso nel canale del parto ma la nascita non si completa, oppure quando compaiono segni di sofferenza fetale.
Se usata correttamente, la ventosa ostetrica è uno strumento sicuro. I rischi aumentano quando viene applicata fuori indicazione: testa fetale troppo alta, posizione non riconosciuta, coppetta posizionata male, troppi tentativi o ritardo nel passaggio al cesareo.
Un esito negativo dopo un parto con ventosa non significa, da solo, che ci sia stato un errore medico. La responsabilità medica esiste solo se il danno dipende da una condotta non conforme alle regole cliniche.
Lo Studio Chiarini ha seguito un caso di parto con ventosa mal gestito, concluso con un risarcimento di oltre due milioni di euro per le gravi lesioni riportate dal neonato.
INDICE SOMMARIO
§ 1. Cos’è la ventosa ostetrica e come funziona
La ventosa ostetrica è uno strumento che assiste la nascita nella fase finale del parto. Si ricorre a questo aiuto quando il bambino è già sceso nel canale ma l’ultimo tratto si blocca, oppure quando compaiono segni che impongono di accelerare l’uscita. Rientra nei cosiddetti parti operativi vaginali, insieme al forcipe.
È una decisione clinica, che l’ostetrica o il ginecologo prendono valutando la situazione momento per momento durante la fase espulsiva.
§ 1.1 Come viene applicata la ventosa
Una coppetta viene applicata sulla testa del bambino e collegata a una pompa che crea il vuoto. Il sottovuoto fa aderire saldamente la coppetta. A quel punto l’operatore esercita una trazione verso l’esterno, in sincronia con le contrazioni e con le spinte della madre, accompagnando l’uscita della testa. Quando la testa è fuori, la ventosa si stacca e il parto si completa.
La corretta applicazione della coppetta è essenziale: deve avvenire sul punto di flessione della testa fetale. Se la coppetta viene posizionata in una sede sbagliata, per esempio sulla fronte, la trazione perde efficacia e aumenta il rischio di trauma.
Questo dato torna spesso nelle valutazioni medico-legali, perché aiuta a stabilire se la manovra sia stata eseguita secondo le regole cliniche.
§ 1.2 Le ventose in uso oggi
Le prime ventose, a partire dagli anni Cinquanta, avevano una coppetta in metallo e richiedevano alcuni minuti per creare il vuoto. Oggi sono quasi del tutto sostituite da modelli monouso in plastica o silicone, più rapidi e meno traumatici.
La più diffusa in Italia è il modello Kiwi, nelle sue versioni, con coppetta morbida e una pompa che l’operatore aziona con una sola mano. Aderisce in pochi istanti e lascia un rigonfiamento temporaneo molto più contenuto sulla testa del bambino.
§ 1.3 Ventosa e forcipe: differenze
Il forcipe è uno strumento metallico a due branche, che afferra la testa del bambino ai lati come una pinza. La ventosa agisce invece per aspirazione, accompagnando un movimento che la testa dovrebbe già compiere naturalmente.
Nelle sale parto il forcipe è stato progressivamente abbandonato. È più difficile da manovrare e, in mani non esperte, comporta un rischio maggiore di lesioni. La ventosa lo ha sostituito nella maggior parte dei parti operativi.
§ 2. Quando si usa il parto con ventosa
Il ricorso alla ventosa non è la regola, è l’eccezione. In Italia riguarda in media il 4-5% dei parti vaginali, con differenze sensibili da un punto nascita all’altro (dato SIGO, Raccomandazioni 2021). Nella grande maggioranza dei casi il parto si conclude senza alcuno strumento.
Quando però la fase finale si complica, la ventosa diventa un aiuto prezioso. Serve a favorire la nascita in tempi rapidi ed evitare un cesareo d’urgenza a dilatazione completa, che a quel punto sarebbe anch’esso un intervento delicato.
§ 2.1 Le indicazioni cliniche
Le situazioni in cui se ne valuta l’uso sono essenzialmente tre.
- La prima è la fase espulsiva che si prolunga: la testa è scesa, ma la spinta non basta a completare la nascita. Le contrazioni possono essersi indebolite, oppure la madre non ha più forze sufficienti dopo un travaglio lungo.
- La seconda è la sofferenza fetale: il tracciato della cardiotocografia segnala che il bambino è in difficoltà e che è meglio accelerare l’uscita.
- La terza è una condizione materna che sconsiglia gli sforzi prolungati, per ragioni cardiache o di altro tipo.
In tutti questi casi la ventosa è un’alternativa al cesareo, scelta perché spesso più rapida e meno invasiva quando il bambino è già impegnato nel canale.
§ 2.2 Le condizioni necessarie
Perché l’uso sia corretto, devono essere presenti alcune condizioni:
- la dilatazione deve essere completa;
- la testa del bambino deve essere ben impegnata e discesa nel canale, non ancora alta;
- la posizione della testa deve essere riconosciuta con certezza, per applicare la coppetta nel punto giusto;
- non devono esserci ostacoli meccanici alla discesa;
- l’operatore deve avere esperienza specifica con lo strumento.
Anche l’epoca gestazionale ha un peso rilevante. Sotto le 32 settimane compiute, la ventosa è controindicata in modo assoluto, perché la testa del bambino è ancora molto fragile e il rischio di emorragie gravi, soprattutto subgaleali, è troppo elevato.
Tra le 32 e le 34 settimane, invece, l’uso non è vietato in modo assoluto, ma richiede una valutazione molto prudente del rapporto tra rischi e benefici.
Quando queste condizioni mancano, procedere comunque con la ventosa, oppure insistere dopo tentativi inefficaci, può trasformare una procedura corretta in una condotta censurabile.
Sul parto operativo vaginale e sulla classificazione delle sue applicazioni in base alla posizione della testa fetale, abbiamo dedicato un approfondimento specifico al parto distocico.
§ 2.3 Il consenso della mamma
Accanto alle condizioni cliniche, va considerato anche il consenso della partoriente.
La decisione sull’opportunità della ventosa spetta all’équipe sanitaria, che valuta madre e bambino durante il parto. Quando le condizioni lo consentono, però, la donna deve essere informata sulla procedura e deve poter prestare il proprio consenso.
Questo deriva dal diritto all’autodeterminazione in materia di salute, tutelato dall’art. 32 della Costituzione e dalla legge 219/2017.
Solo una reale urgenza, tale da rendere impossibile raccogliere il consenso senza mettere a rischio madre o bambino, può giustificare una compressione di questo diritto.
§ 3. Il parto con ventosa è pericoloso? Rischi e conseguenze possibili
Il parto con ventosa nella maggior parte dei casi non provoca conseguenze serie. Gli effetti più comuni sono lievi, transitori e tendono a risolversi nei giorni successivi alla nascita.
Le complicanze gravi sono rare. Diventano più probabili quando la ventosa viene usata senza le condizioni necessarie, viene applicata male o si insiste nonostante l’assenza di progressione della testa fetale.
Gli effetti sul neonato possono essere distinti per gravità.
§ 3.1 Segni lievi e transitori
Sono le conseguenze più frequenti. Comprendono il cd. chignon, cioè il rigonfiamento temporaneo della testa nel punto in cui ha aderito la coppetta, gli arrossamenti e le piccole ecchimosi dello scalpo.
Di solito si riassorbono spontaneamente e non lasciano conseguenze.
§ 3.2 Lesioni che richiedono controllo
Alcuni esiti possono impressionare i genitori alla nascita, ma non indicano necessariamente un errore medico.
Tra questi vi sono il cefaloematoma, cioè una raccolta di sangue sotto il cuoio capelluto, le abrasioni superficiali e l’emorragia retinica. Nella maggior parte dei casi si risolvono senza danni permanenti, ma devono essere valutati e seguiti dal neonatologo.
Anche il cosiddetto tumore da parto, o caput succedaneum, è in genere un gonfiore benigno e temporaneo. Se però il rigonfiamento è esteso, aumenta rapidamente o si associa ad altri segni clinici, può richiedere accertamenti per escludere un trauma più profondo.
§ 3.3 Complicanze gravi
Le complicanze gravi sono meno frequenti, ma richiedono una ricostruzione accurata del parto.
Si parla, per esempio, di lacerazioni estese dello scalpo, emorragia subgaleale, emorragia intracranica, fratture craniche o danni neurologici.
In questi casi occorre verificare come la ventosa è stata utilizzata: se la testa era già impegnata, se la posizione fetale era stata riconosciuta, dove è stata applicata la coppetta, quanti tentativi sono stati eseguiti e se il passaggio al cesareo è avvenuto in tempo.
§ 4. Quando l’uso della ventosa diventa errore medico
Un danno dopo un parto con ventosa non dimostra automaticamente una responsabilità medica.
Anche un parto gestito correttamente può avere conseguenze negative. L’errore sanitario esiste quando il danno dipende da una condotta non conforme alle regole cliniche: ventosa usata senza le condizioni necessarie, coppetta applicata male, tentativi eccessivi o ritardo nel passaggio al cesareo.
La verifica parte dalla cartella clinica. Occorre ricostruire l’intera sequenza: andamento del travaglio, tracciati cardiotocografici, decisione di usare la ventosa, numero delle trazioni, tempi del cesareo e figure sanitarie coinvolte.
§ 4.1 I parametri di un uso corretto
Le società scientifiche di ginecologia e ostetricia hanno indicato alcuni criteri per l’uso sicuro della ventosa. In Italia, l riferimento più recente è costituito dalle Raccomandazioni per il parto operativo vaginale elaborate dalla SIGO nel 2021.
Non sono linee guida ufficiali validate dal Sistema Nazionale Linee Guida, ma rappresentano comunque un riferimento autorevole per valutare la condotta dell’operatore.
Secondo queste raccomandazioni, la procedura dovrebbe essere interrotta nei seguenti casi:
- dopo due trazioni consecutive, eseguite durante la contrazione e la spinta, la testa non progredisce;
- quando il numero complessivo di trazioni supera il limite indicato, di norma non oltre sei;
- quando la coppetta si distacca per due volte;
- se l’applicazione supera i 15 minuti, salvo progressione e rotazione della testa;
- se non è disponibile un neonatologo o pediatra pronto a intervenire alla nascita.
Insistere con la ventosa quando la testa non scende espone il bambino a rischi maggiori e può integrare una condotta censurabile.
§ 4.2 Le condotte che possono indicare un errore
Sul piano medico-legale, alcune condotte richiedono particolare attenzione. La loro presenza in cartella non basta da sola a fondare la responsabilità, ma impone di verificare il rapporto con il danno riportato dal neonato.
Tra gli errori più ricorrenti rientrano:
- uso fuori indicazione, per esempio con testa ancora alta, dilatazione non completa o posizione fetale non riconosciuta;
- applicazione scorretta della coppetta, lontano dal punto di flessione;
- tentativi ripetuti o prolungati, nonostante la mancata progressione della testa;
- ritardo nel cesareo, quando la ventosa fallisce e il bambino mostra segni di sofferenza.
Spesso il problema nasce prima dell’applicazione della ventosa. Ad esempio, una cardiotocografia interpretata male può ritardare il riconoscimento della sofferenza fetale e portare a una decisione tardiva o inadeguata.
§ 4.3 Il valore dell’emogasanalisi del cordone
Un esame molto importante è l’emogasanalisi del cordone ombelicale, eseguita subito dopo il parto su sangue arterioso e venoso.
Serve a documentare lo stato di ossigenazione del bambino alla nascita e aiuta a stabilire se vi sia stata una sofferenza ipossica.
Quando l’esame era indicato e manca dalla cartella clinica, l’assenza diventa una lacuna rilevante nella ricostruzione del parto.
§ 4.4 Complicanza o errore medico
La differenza tra complicanza inevitabile ed errore medico si valuta su due aspetti: prevedibilità del danno ed evitabilità con una condotta diversa.
Per questo non basta sapere che il parto si è concluso con un danno. Bisogna capire se i sanitari avevano segnali sufficienti per agire diversamente e se una decisione tempestiva avrebbe potuto evitare o ridurre le conseguenze.
Sul riparto dell’onere della prova tra struttura sanitaria e paziente, si può rinviare all’approfondimento sul trauma da parto e alla disciplina introdotta dalla legge Gelli-Bianco.
§ 5. Da un parto con ventosa mal gestito a un risarcimento di oltre due milioni di euro
Quello che segue è un caso reale seguito dallo Studio. I nomi e i dettagli che potrebbero identificare le persone sono stati omessi, nel rispetto della famiglia.
§ 5.1 Travaglio non adeguatamente sorvegliato
Una giovane coppia, in attesa del primo figlio. La gravidanza era proceduta senza problemi e la madre arriva in ospedale alla quarantunesima settimana, dopo la rottura delle acque. All’ingresso i parametri di madre e bambino sono regolari.
Con le ore qualcosa cambia. Il tracciato della cardiotocografia mostra segni di una sofferenza del bambino in lenta progressione. Il travaglio diventa a rischio e imporrebbe una sorveglianza medica stretta, che non arriva. Viene somministrata ossitocina, il battito del bambino accelera e la temperatura della madre sale, segnali compatibili con un’infezione in corso. La cartella non registra controlli medici in queste ore.
§ 5.2 Errore di rilevazione e uso della ventosa
A un certo punto la madre si sposta e l’apparecchio cambia rilevazione: inizia a registrare il battito del cuore della madre al posto di quello del bambino. Nessuno se ne accorge. Per un tempo prolungato non esistono più informazioni reali sulle condizioni del feto, che intanto entra in carenza di ossigeno.
Quando l’ostetrica chiama il medico, il parto è ormai bloccato. Il ginecologo non si avvede dell’errore di registrazione e sceglie la ventosa. Ma la testa del bambino non era impegnata come avrebbe dovuto, si trovava troppo in alto, e la coppetta viene applicata sulla fronte invece che nel punto corretto. Seguono tre tentativi falliti. Solo allora si procede al cesareo d’urgenza. Troppo tardi.
§ 5.3 Le conseguenze dell’uso della ventosa sul bambino
Il neonato nasce in gravissime condizioni e viene rianimato. Presenta sulla fronte un ematoma provocato dai tentativi con la ventosa, indicativo della sede errata in cui era stata applicata la coppetta.
Oggi convive con una paralisi cerebrale infantile che lo rende totalmente dipendente dall’assistenza altrui, con gravi conseguenze sul piano motorio e cognitivo e sulla capacità di nutrirsi.
§ 5.4 L’accertamento della responsabilità sanitaria
I genitori si sono rivolti allo Studio anzitutto per capire che cosa fosse realmente accaduto: se le gravissime condizioni del bambino fossero conseguenza di una complicanza inevitabile oppure di una gestione inadeguata del parto.
Il collegio di valutazione dello Studio, che affianca al medico legale lo specialista in ginecologia e ostetricia, ha ricostruito l’intera vicenda. Ne è emerso un quadro che confermava tutti gli elementi della responsabilità sanitaria:
- la sorveglianza mancata,
- l’errore di lettura della cardiotocografia,
- la ventosa usata fuori dalle condizioni,
- il ritardo nel cesareo.
La procedura è stata avviata con una consulenza tecnica preventiva, ATP conciliativo ex art. 696-bis c.p.c. Si tratta di uno degli strumenti, insieme alla mediazione, che la legge richiede prima di iniziare una causa in materia di responsabilità sanitaria.
Nel corso dell’ATP, i consulenti hanno confermato le carenze nella gestione del parto. La struttura sanitaria ha riconosciuto la gravità dell’accaduto.
La vicenda si è conclusa con un risarcimento di oltre due milioni di euro, destinato a coprire le cure, l’assistenza e i bisogni futuri del bambino, sotto la vigilanza del giudice tutelare
Per garantire la massima trasparenza sul caso, è possibile scaricare e consultare l’accordo conciliativo, opportunamente anonimizzato per tutelare la riservatezza delle persone coinvolte.
§ 6. Cosa fare se sospetti un danno da parto con ventosa
Quando un bambino riporta un danno dopo un parto con ventosa, la prima verifica riguarda i documenti clinici.
La cartella clinica permette di ricostruire l’andamento del travaglio, i tracciati cardiotocografici, le condizioni in cui la ventosa è stata applicata, il numero dei tentativi e i tempi delle decisioni.
Vanno esaminati, in particolare:
- tracciati della cardiotocografia;
- posizione della testa fetale al momento dell’applicazione;
- sede di applicazione della coppetta;
- numero di trazioni eseguite;
- eventuali distacchi della coppetta;
- tempi del passaggio al cesareo;
- condizioni del neonato alla nascita;
- emogasanalisi del cordone, se eseguita.
Questa valutazione richiede competenze legali e medico-legali. Serve anche il parere di uno specialista in ginecologia e ostetricia, perché solo l’esame tecnico della vicenda consente di stabilire se la condotta sanitaria sia stata corretta e se abbia contribuito al danno.
§ 6.1 Termini per agire e procedura
Nei casi di danno da parto, i termini per chiedere il risarcimento dipendono da chi agisce e dal tipo di danno richiesto.
Per il danno subito dal bambino nei confronti della struttura sanitaria, l’azione ha di regola natura contrattuale. Il termine ordinario è quindi di dieci anni. Qualora l’azione non venga promossa tempestivamente durante la minorità, il termine di prescrizione decennale per il diritto del minore a far valere il danno contrattuale decorre dal compimento del diciottesimo anno di età, garantendo la conservazione del diritto all’azione.
Per i danni subiti dai genitori in proprio, la valutazione richiede maggiore cautela.
La Cassazione ha in alcuni casi ricondotto questi danni alla responsabilità extracontrattuale, con termine di cinque anni, come nell’ordinanza n. 21404/2021.
Più di recente, però, ha riconosciuto che, quando i genitori stipulano il contratto con la struttura sanitaria per le cure del figlio minore, possono agire anche per il danno subito personalmente sul piano contrattuale, con possibile applicazione del termine di dieci anni. Questo è il principio richiamato da Cass. n. 25404/2025.
Lo Studio Chiarini assiste le famiglie nei casi di danno da parto, con un’équipe composta da avvocati, medici legali e specialisti in ginecologia e ostetricia.
Se ritieni che tuo figlio abbia subito un danno per un uso scorretto della ventosa, puoi richiedere una valutazione della vicenda clinica.

